dom 01 agosto 2010
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Archivio della categoria Aziende

Aziende, piccoli passi verso la Digital Business Economy

Pubblicato da Antonella Neriil 24 ottobre 2009

digital_economyTanti piccoli passi, ma la strada da percorre per arrivare al traguardo della Digital Business Economy non è poi così vicino.
E’ la conclusione cui è arrivato lo studio condotto dall’Istituto di Informatica e Telematica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che ha constatato che i due terzi delle imprese sono orientate verso il Web (66,8%).
Anzi: tra le realtà con più di 5 dipendenti, addirittura la percentuale sale vertiginosamente al 93%.

Tracciato anche l’identikit dell’utente medio: un profes­sionista del mondo del lavoro, con la rete che conta un uso consistente da parte di politici, giornalisti, docenti e popolo delle Pmi.

Geograficamente parlando, l’utilizzo della rete è maggiore al Nord (70%), poi abbiamo il Centro (63,8%) ed il Sud (59,7%).

In quanto alla rete aziendale, solamente il 38,7% del campione ne dispone.

Quanto si naviga in ufficio? E a cosa serve il Web da scrivania? L’uso di Internet in ufficio è quotidianità per il 79,2% delle imprese (meno del dieci per cento lo utilizza “spesso”).

Cosa muove il mouse? Lavoro (69%), aggiornamento e ricerca dati (44,4%), comunicazione (28,2%), scambio di dati (18,5%), pagamenti e transazioni on line (7,6%).

I domini. Il suffisso che da sempre caratterizza Internet nel nostro Paese, il .it, è quello maggiormente scelto: tra le realtà imprenditoriali che hanno un proprio sito, l’82,2% ha scelto di associarne il dominio al .it

La posta elettronica. Tra le imprese dispone di un servizio di posta elettronica personalizzata il 50,9% degli intervistati, ma solo il 10,5% mostra un interesse nell’attivazione.

Social Network. La ricerca condotta dal Consiglio Nazionale delle Ricerche ricalca i dati diffusi dall’Unione Europea in merito alla propensione verso l’informazione “parallela” di blog e surrogati: 23° (e non esaltante) posizione.

Google Apps: 2 milioni di aziende usano il software free

Pubblicato da Antonella Neriil 21 ottobre 2009

google_appsAnche saper scegliere prodotti di ottima concezione in versione open source può essere un modo per fare business: uno de primi casi è l’utilizzo del pacchetto simil Office costituito da Open Office, open source che ha sviluppato una suite per l’ufficio parallela al colosso (con licenza) della Microsoft.

Utilizzare free non significa utilizzare prodotti meno efficienti o meno testati: lo dimostrano i numeri delle applicazioni da ufficio messe a disposizione da Google Apps: sono più di due milioni le aziende che utilizzano la piattaforma di applicazioni per ufficio messa a disposizione da Google.

Non solo: a queste cifre vanno aggiunti diciotto milioni di consumer, gli utenti che usano il software on line, in maniera da non occupare spazio sul proprio computer.

Il target di Google Apps? Grandi società (che pagano in media ogni anno 50 euro per ogni fruitore) e le aziende con meno di 50 dipendenti, che utilizano il servizio senza spendere nulla. Per contrastare la futura ascesa di Windows 7 firmato Microsoft il motore di ricerca principe nel mondo vuole accaparrarsi utenti con un servizio utile e snello: utilizzare una suite (denominata cloud-based ) direttamente sul Web e salvare i dati non sul proprio hard disk è uno dei punti di forza.

Il rovescio della medaglia esiste però: se da un lato la riduzione dei costi alletta le aziende, dall’altra alcuni recenti episodi di interruzione delle linee elettriche che si sono ripercosse sull’accessibilità ai propri dati dell’utenza lascia un po’ di titubanza nelle aziende.

Glos­sario: Open Source
In informatica, open source (termine inglese che significa sorgente aperto) indica un software i cui autori (più pre­cisamente i detentori dei diritti) ne permettono, anzi ne favoriscono il libero studio e l’apporto di modifiche da parte di altri programmatori indipendenti. Questo è realizzato mediante l’applicazione di apposite licenze d’uso
La collaborazione di più parti (in genere libera e spontanea) permette al prodotto finale di raggiungere una comples­sità maggiore di quanto potrebbe ottenere un singolo gruppo di lavoro. L’open source ha tratto grande beneficio da Internet, perché esso permette a programmatori geograficamente distanti di coordinarsi e lavorare allo stesso progetto.
I software open source attualmente più diffusi sono Firefox, OpenOffice, VLC, Gimp, 7-Zip, oltre ad un gran numero di progetti rivolti non all’utente finale ma ad altri programmatori.
Sono inoltre degne di nota le famiglie di sistemi operativi BSD , GNU e il kernel Linux, i cui autori e fautori hanno contribuito in modo fondamentale alla nascita del movimento. La comunità open source è molto attiva, comprende decine di migliaia di progetti, numero che cresce quotidianamente.

Internet: aziende disposte a concederne 20 minuti al giorno

Pubblicato da Antonella Neriil 19 ottobre 2009

internet_aziendeVenti minuti al giorno. Venti giri di lancette. E’ il tempo mas­simo che il 70% delle Piccole e Medie Imprese italiane sono disposte a concedere quotidianamente ai propri dipendenti per l’uso di Internet a fini personali. La paura che regna sovrana nelle stanze dei bottoni è che i tanto odiati (e amati) Social Network tolgano tempo ed energia vitale al lavoro.

E’ il rias­sunto di uno studio condotto su un campione rappresentativo dal leader mondiale nella sicurezza dei contenuti Internet Trend Micro all’Istituto indipendente A&F Research.

Ma il risultato non è da leggersi come un’avversione delle aziende all’uso del Web. Tutt’altro. C’è una propensione forte all’utilizzo della tecnologia (dalle reti wi-fi al BlackBerry, tanto per fare alcuni esempi concreti), ma spaventa l’utilizzo inappropriato di Internet, che inevitabilmente mangerebbe linfa vitale alla produzione.

Ma i dirigenti non chiudono totalmente ad un piccolo “svago” giornaliero: il 68% degli intervistati concederebbe i famosi venti minuti di navigazione autonoma.
In generale, sono le aziende più piccole (meno di 50 dipendenti) che sono meno propense all’idea: solamente il 26,3% ritiene una buona idea concedere oltre venti minuti. Quasi la metà (44%) delle aziende da 51 a 250 dipendenti accetterebbe invece di garantire una finestra anche più lunga.

Cosa di Internet spaventa le aziende? Non è difficile immaginarlo: utilizzo della rete per visitare siti pornografici (56,2%), siti di giochi (41,8%), scommesse e lotterie (37,9) e siti per cuori solitari (34%).
Scontato il timore delle chat e dei Social Network, già vietate allo stato attuale dalle aziende di grandi dimensioni nel 42% dei casi. Seguono gli acquisti effettuati via computer e le ricerche di occupazione effettuate on line.

Altro aspetto che porta le aziende a restringere il “campo d’azione” dei propri dipendenti è un problema reale quale la sicurezza dei dati: le Piccole Medie Industrie nell’ultimo anno hanno subito seri problemi a causa dello spam (40% della casistica) e virus (24,6%).

Nuova figura Web 2.0 al servizio delle aziende

Pubblicato da Ilaria Mariniil 17 ottobre 2009

digital-vipIl nuovo modo di fare marketing e la nuova comunicazione Web 2.0 hanno portato alla nascita di una nuova figura profes­sionale: il personal digital vip.

Si tratta di colui che cura l’immagine e la comunicazione di un’azienda, di un brand ma anche di un personaggio pubblico (vip) sul Web, utilizzando in particolare i social network (da Facebook a Twitter a Linkedin, ecc.), definendo la strategia di comunicazione e gestendone l’interazione con il grande pubblico.

Il personal digital vip deve entrare in sintonia con il cliente sfruttando le enormi potenzialità dei social network e del pas­saparola: i suoi servizi sono già usati da molte pmi ma anche da politici e personaggi dello spettacolo, sui quali il personal digital vip mantiene ovviamente il più totale riserbo affinché il pubblico non ne percepisca la mediazione profes­sionale ma creda di essere in contatto proprio con quel personaggio o quell’azienda.

Sono le pubbliche relazioni 2.0 alle quali ogni azienda, prima o poi, dovrà convertirsi, perché è il pubblico a decidere come vuole essere coinvolto e il pubblico ha scelto il Web.

Strategia Web 2.0: le aziende e l’automatizzazione dei processi

Pubblicato da Antonella Neriil 13 ottobre 2009

aziende_automatizzateUn’interessante ricerca condotta da Adobe sulle aziende italiane e la loro evoluzione verso l’utilizzo del Web in chiave 2.0 rivela che una realtà su due ha già scelto o è in procinto di farlo: via all’informatizzazione dei processi documentali e dell’utilizzo della rete come strumento per risparmiare in tempo, modi e velocità di realizzazione. Ed accrescere così in maniera indiretta il proprio business.
Il campione di cinquanta aziende oggetto dello studio intitolato ”L’automazione dei processi documentali-Percezione e orientamenti delle aziende italiane” conta infatti su un 21% del totale che ha già portato a termine investimenti nell’automazione dei processi; un’altra importante fetta, quasi il 40%, ha invece già pianificato in tal senso e lo metterà in atto entro 12–18 mesi (15,6%) o investirà entro un anno e mezzo (23%). Insomma, una prospettiva di evoluzione e sviluppo a medio termine.
Perché scegliere di imboccare questo sentiero? Oltre alla concreta pos­sibilità di crescere i propri introiti, anche la velocizzazione delle attività quotidiane, l’aumento dell’efficacia dei modelli proces­suali, in gergo detti workflow model (da Wikipedia: la teoria e le applicazioni del workflow management promuovono la gestione dei gruppi di lavoro collaborativi secondo il workflow model, modello proces­suale) e gli inevitabili e obbligatori adeguamenti normativi.
Lo studio indica anche quali sono gli obiettivi maggiormente perseguiti quando si sceglie di utilizzare il Web in chiave 2.0: in una scala di valori che spazia 1 a 7, le aziende attribuiscono il mas­simo valore all’efficienza, la semplicità e l’efficacia delle procedure (3,3), alla conformità normativa (3,6) e alla riduzione dei costi e la protezione dei documenti (4,2).
Quali strutture scelgono per prime di adeguarsi? In cima alla graduatoria l’area amministrativa, poi quella degli acquisiti e delle vendite/marketing.
Ovviamente, ogni valutazione del rapporto innovazione/beneficio va calibrata attorno alla dimensione ed alle esigenze della realtà che si approccia a questa opportunità.
Un esempio tangibile di quanto l’affacciarsi al Web 2.0 sia risultato utile in termini di risparmi è legato a Consip, la società del Ministero dell’Economia e delle Finanze incaricata di agire da amministrazione aggiudicatrice per l’acquisto di beni e servizi da parte della Pubbliche Amministrazioni, che grazie a questo tipo di scelta risparmia 10 milioni di euro all’anno con la gestione documentale. Come si può leggere a questo indirizzo, il progetto avviato (che risulta basato su LiveCycle e altre componenti tecnologiche di Adobe) pre­vede la conservazione sostitutiva di 1,4 milioni di documenti. Consip è partita con l’iniziativa soltanto a luglio, ma pre­vede di ammortizzare l’investimento nell’arco di dodici mesi. I risparmi derivano in gran parte dall’eliminazione completa della carta nella gestione contabile, toccando anche i costi dei magazzini e del personale di backoffice documentale.

Crei la tua carriera lavorando dovunque? Sei un Cloudworker!

Pubblicato da Aldo Minioil 24 settembre 2009

Cloudworker nuove professioni webUn tempo qualcuno li chiamava “battitori liberi”, con un termine preso in pre­stito dal calcio. Erano lavoratori indipendenti, liberi profes­sionisti o consulenti che amavano girare l’Italia e il mondo offrendo i propri servizi “on demand” a diversi committenti. Il concetto non è esattamente lo stesso, ma un blogger e ricercatore alla Cornell University, Venkatesh Rao, ha recentemente coniato una nuova definizione, destinata a fare strada, ne sono certo: Cloudworker, lavoratore nuvola.

Someone who uses on-demand technology and collaboration tools, such as unified communications, to work anywhere and anytime, and uses the resulting free­dom to enable a my-size-fits-me career path and lifestyle.

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