mar 07 febbraio 2012
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Archivio di dicembre, 2009

Lavoro: e-skills nuovo lasciapassare per le aziende

Pubblicato da Ilaria Mariniil 14 dicembre 2009

ict_aziendeLe competenze informatiche diventeranno sempre più importanti per chi cerca lavoro, in special modo in Italia: nei pros­simi cinque anni infatti la percentuale di lavoratori che avranno competenze nell’utilizzo di strumenti technology-base nel nostro Paese sarà pari al 40%, la più alta in un’Europa che vedrà tale cifra attestarsi sul 31%.
Non solo: a tutto il 2014 è stimato in un 10% il numero mas­simo di persone senza tali competenze fondamentali all’interno di un’azienda.

E’ il risultato principale dello studio condotto da IDC per conto Microsoft inerente il peso delle e-skill in ambito lavorativo e pre­sentata recentemente a Bruxelles.

La ricerca è imperniata sui 1.370 pareri raccolti da altrettanti datori di lavoro in tredici Paesi dell’Europa (ovvero Italia, Gran Bretagna, Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Ungheria, Olanda, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia).
L’Italia, il cui peso nello studio è dell’8%, al pari di Romania e Polonia vedrà accrescere in maniera concreta le competenze di base, ma in tutta Europa non sarà così: in Ungheria ad esempio a lievitare saranno le competenze avanzate.

Quali i settori maggiormente influenzati di tale prospettiva di evoluzione? Per oltre la metà degli intervistati (58%) saranno il settore educativo e quello dell’istruzione (scuole e università), che dovranno immettere sul mercato studenti e laureati con maggiori competenze ICT, competenze che concretamente forniranno pos­sibilità nel breve tempo di trovare l’agognato posto di lavoro.

Alla luce di tali pre­messe, la certificazione delle competenze informatiche per entrare nel mondo del lavoro sarà un lasciapas­sare dall’elevato peso specifico.
 
 

Glos­sario
 
ICT (Information and Communication Technology)
La tecnologia dell’informazione e della comunicazione, in sigla TIC, più conosciuta con il sinonimo inglese information and communication technology, in sigla ICT, è l’insieme delle tecnologie che consentono di elaborare e comunicare l’informazione attraverso mezzi digitali.
Rientrano in quest’ambito lo studio, la progettazione, lo sviluppo, la realizzazione, il supporto e la gestione dei sistemi informativi e di telecomunicazione computerizzati, anche con attenzione alle applicazioni software e ai componenti hardware che le ospitano.
Il fine ultimo dell’ICT è la manipolazione dei dati tramite conversione, immagazzinamento, protezione, trasmis­sione e recupero sicuro delle informazioni.
I profes­sionisti ICT sono caratterizzati da molteplici capacità di intervento, dall’installazione alla progettazione di architetture telematiche, dalla gestione di basi di dati alla progettazione di servizi integrati per la convergenza di informatica e telefonia nella telematica per i nuovi metodi di trasmis­sione dell’informazione.
L’Information Technology è anche un ambito di studio che si occupa dell’archiviazione, dell’elaborazione, della trasformazione e della rappresentazione delle informazioni con l’aiuto del computer e delle tecnologie a esso connesse.
 
E-skill
Neologismo che prende origine dalla parola inglese skill che signiifica “capacità di fare bene qualcosa; tecnica, abilità. Per skill si intende, solitamente, un’abilità acquisita o imparata, a differenza delle abilità innate”.
Il pre­fisso “e” trasla tali competenze all’ambito informatico, ad Internet ed il suo mondo.

Social Network, la nuova frontiera della comunicazione

Pubblicato da Ilaria Mariniil 12 dicembre 2009

socialnetwork_newmediaNon c’è davvero bisogno di aggiungere nulla all’approfondita, realistica ed attenta analisi effettuata dal Censis, l’8° edizione del Rapporto sulla comunicazione “I media tra crisi e metamorfosi”.
Il Centro Studi Investimenti Sociali, istituto di ricerca socioeconomica fondato nel 1964, spiega in maniera più che esaustiva il tipo di trasformazione che sta subendo la comunicazione nel nostro Paese e quali sono le nuove “tendenze” della popolazione Internet.

Il succo della ricerca è condensato in queste righe: “La crisi economica mondiale che stiamo attraversando – che è anche la prima grande crisi conosciuta dalla società digitale – ha accelerato il processo di trasformazione del sistema dei media già in atto, sospinto dallo sviluppo tecnologico, modificandone alcune direttrici. E determinando metamorfosi inattese, secondo il para­digma della moltiplicazione e integrazione dei media, con l’assottigliamento dei confini tra i mezzi e tra i generi della comunicazione. Il Rapporto si focalizza anche su tre questioni di grande rilevanza e attualità. La prima è la moltiplicazione degli usi della televisione: un mezzo che rimane saldamente dominante nel panorama mediatico degli italiani e che le innovazioni tecnologiche stanno spingendo al centro di nuovi scenari di offerta. Il secondo approfondimento tocca il tema cardine dell’informazione e della fiducia riposta dal pubblico nei media. Il terzo focus riguarda l’affermazione di un nuovo para­digma nell’uso dei media, rispecchiato dalla crescita esponenziale degli utenti di Facebook e degli altri social network”.

Sono cinque i social network più popolari: Facebook, conosciuto dal 61,6% degli italiani, YouTube (60,9%), Mes­senger (50,5%), Skype (37,6%) e MySpace (31,8%). Le percentuali raggiungono valori ancora più elevati tra i giovani di 14–29 anni. Per nove ragazzi su dieci Facebook (90,3%), YouTube (89,2%) e Mes­senger (89,1%) rappresentano mondi ben noti, con le loro regole e i loro “contatti”. Nell’universo giovanile hanno una popolarità considerevole, sebbene inferiore, anche MySpace (68,8%) e Skype (62,9%).
I giovani hanno preso l’abitudine a “vivere connessi”, dato che l’uso congiunto dei cellulari e di Internet li ha messi nella condizione di essere continuamente in rapporto con tutti quelli che condividono la loro esperienza di vita quotidiana. Comples­sivamente, si può stimare che poco meno di 33 milioni di italiani conoscano almeno un social network e che gli effettivi utilizzatori siano 19,8 milioni.

Facebook il più popolare, YouTube il più utilizzato. Gli utenti di YouTube sono pari al 28,3% della popolazione (il 67,8% nella fascia 14–29 anni, il 39,5% tra le persone più istruite), quelli di Facebook il 22,9% (il 56,8% dei giovani, il 34,4% dei soggetti con titolo di studio più elevato).
Il web 2.0 ha avuto uno sviluppo esponenziale grazie all’impiego di Internet per costruire insieme agli altri una conoscenza diffusa (come Wikipedia), trovare opportunità di lavoro e di carriera (LinkedIn), scambiarsi merci (eBay), ma anche notizie, confidenze e pettegolezzi (Mes­senger, Facebook, Twitter), oppure video (YouTube) e ogni altro prodotto audiovisivo, quand’anche protetto dal diritto d’autore (eMule).
Grazie a smartphone, lettori mp3, e-reader, il centro di gravità dei consumi digitali si sposta sempre più dal computer ai piccoli apparecchi portatili, che consentono di accedere a informazioni, musica, libri, giochi, utilities in un rapporto di piena complementarietà con la rete, con forme e tempi di fruizione sempre più personalizzati.

Cosa si fa su Facebook. La principale motivazione che ha spinto gli utenti a iscriversi a Facebook è il desiderio di mantenere i contatti con gli amici (70,5%) e di ritrovare vecchi compagni di scuola ed ex colleghi (57,8%), mentre la speranza di intrecciare una relazione intima ha spinto all’iscrizione appena l’1,8% degli utenti, in particolare i maschi (2,6%). La maggioranza (il 68,4%) pre­ferisce accedere a Facebook nelle ore serali, il 36,5% si connette solitamente nelle ore diurne, il 15,3% durante l’orario di lavoro o di studio, e solo uno su dieci accede al sito esclusivamente nel weekend.
Le attività pre­ferite dagli utenti di Facebook sono: guardare cosa c’è nelle bacheche degli amici (41,2%), inviare mes­saggi personali (40,5%), inserire commenti nelle bacheche degli amici (37,2%), chattare con chi è in linea (35,7%), utilizzare le applicazioni disponibili come test e giochi (24,6%), inserire foto, video o file musicali (21,3%). Il 54,6% degli utenti fa parte di gruppi di interesse o ha sottoscritto citazioni apparse su Facebook, e il 10% ha effettivamente partecipato a eventi sociali, manifestazioni politiche, spettacoli di cui è venuto a conoscenza tramite il social network.

Luci e ombre su Fb. Poco più di un utente su quattro (il 26,8%) constata che da quando si è iscritto a Facebook tende a dedicare meno tempo ad altro. L’attività più penalizzata è la lettura di libri, per il 42,4% degli iscritti a Facebook che avvertono di dedicare meno tempo ad altre attività. Segue la consultazione di altri siti Internet (40%), guardare la televisione (26,5%), studiare o lavorare (21,7%), sentire gli amici al telefono (14,4%), uscire con gli amici (11,5%), andare al cinema (11%).
C’è anche, seppure in misura minoritaria (per l’8,5% degli iscritti), il timore che dalla pre­senza su Facebook pos­sano derivare dei rischi. Quello che pre­occupa di più è la violazione della privacy: il 72,1% degli utenti che nutrono pre­occupazioni è di questo avviso, il 35,1% teme l’eventualità di conoscere persone pericolose, il 23,4% indica l’indebolimento delle relazioni dirette con i familiari e gli amici, il 13,4% l’abbassamento del rendimento nel lavoro o nello studio, e il 9,3% teme che dall’uso di Facebook pos­sano derivare problemi per la propria reputazione (ad esempio, che il profilo personale venga controllato dal datore di lavoro).

YouTube: è Internet la televisione del futuro?

Pubblicato da Ilaria Mariniil 10 dicembre 2009

televisione_internetYouTube: chi negli ultimi anni non ha mai cercato un video musicale da ascoltare mentre lavora al computer? O ha cercato un estratto video di un programma famoso diventato un “caso” mediatico? O sentito dire al telegiornale “è stato il video più cliccato su YouTube?”.

Bene. Forse un futuro non molto lontano potrebbe vedere il colosso dello streaming su web come nuova televisione: YouTube ha infatti recentemente intavolato trattative con alcune emittenti televisive degli Stati Uniti. Motivo dell’interesse ottenere i diritti di alcuni show che verrebbero trasmessi via streaming a pagamento.

E circolano già i primi dettagli tecnici: le messe in onda in esclusiva non sarebbero interrotte da alcuna forma pubblicitaria e costerebbero all’utente interes­sato meno di due dollari ad episodio (esattamente 1,99 dollari, che ad oggi valgono 1,35 euro).
Ogni puntata dello show sarebbe disponibile in Europa il giorno succes­sivo a quello della programmazione americana.

Solamente in Italia, secondo l’ultimo rapporto diffuso dall’8° “Rapporto Censis -Ucsi sulla comunicazione” in merito all’uso di Internet che fanno gli italiani, 19 milioni di persone sanno cosa sono i social network ed uno su 3 usa YouTube (28,3%, ovvero oltre sei milioni di persone).
Ancora: se Facebook è il più popolare (conosciuto dal 90,3% dei giovani), YouTube il più utilizzato (dal 67,8%).

Non solo: il bouquet che vorrebbe proporre YouTube sarebbe davvero appetitoso in quanto ad offerte, alla luce delle partnership che il social networking video sta intavolando con case cinematografiche e discografiche per offrire in pay per view eventi nel campo dello spettacolo, dello sport e della musica.

In ottica di diffusione streaming di video di media-lunga durata, ecco che YouTube sta sviluppando un software attualmente in versione beta per essere testato che si chiama Feather, per venire incontro a chi al giorno d’oggi ancora non dispone di una connes­sione sufficientemente veloce o dispone di hardware obsoleto.
Tutto ciò è pos­sibile tecnicamente attraverso lo “snellimento” dell’interfaccia, che vede l’eliminazione delle funzionalità non indispensabili durante lo streaming ma che ne rallentano la velocità.

Web 2.0: la ricetta medica viaggerà in Internet

Pubblicato da Ilaria Mariniil 9 dicembre 2009

ricette_onlineChi non ha mai sbuffato per le lunghe code dal medico: ore di attesa per una pre­scrizione da 30 secondi?
Beh, ora l’apertura di una nuova frontiera legate al Web 2.0, quella delle ricette on line, potrebbe far diventare tutto ciò un lontano ricordo.
Che potrebbe essere in pre­cursore – il condizionale è d’obbligo – del certificato Inps via Web. Ma, sottolineano gli esperti, va fatto un passo alla volta.

Il servizio partirà dal 2010 in due regioni che sperimenteranno il servizio: Piemonte e Campania.
E si accoda alla rivoluzione informatica legata alla sanità che ha visto nei mesi scorsi l’erogazione su appositi siti internet pre­disposti dalle aziende ospedaliere delle cartelle cliniche, una volta ottenute a distanza di mesi dopo richieste in forma cartacea e lunghe code agli sportelli.

Tornando alla pre­scrizione on the web, attraverso un apposito software sviluppato dalla Sogei, società di Information and Communication Technology del Ministero dell’Economia e delle Finanze, il medico di base (o il pediatra) caricherà una ricetta sul proprio computer, i dati in Rete finiranno sui server del Ministero della Salute e quindi alla farmacia.
L’utente finale non dovrà fare altro che recarsi dal farmacista munito di tes­sera sanitaria, e dal terminale della farmacia si risalirà all’ordine approvato dal medico curante.
Per il rinnovo della ricetta, sarà sufficiente recarsi solamente in farmacia, dove si potrà controllare la regolare pre­scrizione medica rilasciata in pre­cedenza al cittadino.

I vantaggi sarebbero diversi se la realtà confermerà le attese della teoria: oltre a snellire l’iter burocratico legato al rilascio di una ricetta medica permettendo una migliore fruibilità del servizio sanitario, lo Stato riuscirà a tenere sotto controllo in real time la spesa farmaceutica convenzionata; inoltre, porterà ad un 10% di risparmio su costi la soppres­sione della carta su cui fino ad oggi vengono impresse le pre­scrizioni mediche. 

Web Marketing: se il social network si tinge di rosa…

Pubblicato da Ilaria Mariniil 7 dicembre 2009

internet_marketing_donnaE chi dice che il computer è uomo? Certo, si è partiti negli anni ’80 da una pre­senza pres­sochè assoluta del genere maschile davanti al monitor, ma pian piano le donne on the web stanno prendendo il largo.

“Fatti più in là” riecheggia nel campo della programmazione dove il colore rosa è meno pallido rispetto ai primordi; nel campo del marketing, dove le manager in gonnella sono in costante aumento; ma soprattutto per quanto concerne la pre­senza all’interno dei social network, dove la pre­senza delle donne è lievitata vertiginosamente.
E questa pre­senza non può lasciare insensibili i marketing manager, che sapranno creare campagne ad hoc sui principali social network — visti i risultati documentati con accorte strategie a costi pres­sochè nulli — per attirare il target d’elezione dei medesimi.

La constatazione della strabiliante pre­senza del genere femminile all’interno delle Pagine Web deputate alla condivisione dei contenuti, Facebook in primis (ogni giorno gli utenti ci trascorrono cumulativamente qualcosa come 6 miliardi di minuti, il doppio di Google!), è il risultato di una ricerca effettuata su 19 dei social network più conosciuti ed utilizzati.
In concreto, per capire la portata del fenomeno: sul social network a taglio “artistico”, MySpace, un utente su tre è donna.
Facendo invece riferimento alle utenze di Facebook, gli uomini sfiorano appena il 40% del totale.
In generale, supera abbondantemente l’ottanta per cento delle pre­senze il rosa sui social network.

Le pre­ferenze? Il gentil sesso sembra orientato su Xanga, Bebo e Class­mates, il sesso duro su Digg, Reddit e Slashdot.
 
 

Piccola guida ai social network più diffusi:

Facebook (febbraio 2004)
Inizialmente noto col nome di Thefacebook, il nome del sito si riferisce agli annuari (facebook) con le foto di ogni singolo membro che alcuni college e scuole pre­paratorie statunitensi pubblicano all’inizio dell’anno accademico e distribuiscono ai nuovi studenti ed al personale della facoltà come mezzo per conoscere le persone del campus.
Secondo i dati forniti dal sito stesso, nel novembre 2009 il numero degli utenti attivi ha raggiunto quota 350 milioni[2] in tutto il mondo. In base all’acquisto di una quota del 1,6% da parte di Microsoft nel 2007 per 240 milioni di dollari e all’acquisto del 2% per 200 milioni di dollari da parte di un gruppo di investitori russi il valore del sito è stato stimato di 10 miliardi di dollari. Il sito nel 2009 è divenuto profittevole segnando il primo bilancio in attivo

Twitter (marzo 2006)
E’un servizio di social network e microblogging che fornisce agli utenti una pagina personale aggiornabile tramite mes­saggi di testo con una lunghezza mas­sima di 140 caratteri. Gli aggiornamenti pos­sono essere effettuati tramite il sito stesso, via sms, con programmi di mes­saggistica istantanea, e-mail, oppure tramite varie applicazioni basate sulle API di Twitter. Twitter è stato creato nel marzo 2006 dalla Obvious Corporation di San Francisco.
Gli aggiornamenti sono mostrati istantaneamente nella pagina di profilo dell’utente e comunicati agli utenti che si sono registrati per riceverli. È anche pos­sibile limitare la visibilità dei propri mes­saggi oppure renderli visibili a chiunque.
Il nome “Twitter”, corrispondente sonoro della parola tweeter, deriva dal verbo inglese to tweet che significa “cinguettare”. Tweet è anche il termine tecnico degli aggiornamenti del servizio.
I tweet che contengono esattamente 140 caratteri vengono chiamati twoosh.

MySpace (novembre 2003)
E’una comunità virtuale, e più pre­cisamente una rete sociale, creata nel 2003 da Tom Anderson e Chris DeWolfe. Offre ai suoi utenti blog, profili personali, gruppi, foto, musica e video.
È attualmente l’undicesimo sito più popolare al mondo e il quinto negli Stati Uniti secondo Alexa. Grazie a questo spazio su internet, artisti e gruppi musicali come gli Arctic Monkeys, Lily Allen, i Belladonna ed i Cansei de Ser Sexy sono diventati famosi in tutto il mondo ancora prima di mettere effettivamente sul mercato i loro dischi.

Bebo (gennaio 2005)
Bebo, acronimo di Blog early, blog often, letteralmente Blog pre­sto blog spesso, è un social network creato da due coniugi nel gennaio 2005 e succes­sivamente venduto, nel marzo 2008, ad AOL per 850 milioni di dollari. Questo lo portò ad un grande rilancio del sito a partire dal luglio dello stesso anno.

Class­mates (2005)
E’ il capostipite dei servizi di social network creato nel 1995 da Randy Conrads che decise di voler rintracciare un suo ex compagno delle superiori frequentate nelle Filippine.
Il sito aiuta i membri a trovare, collegare e tenersi in contatto con amici e conoscenti di lunga data tra quelli conosciuti alla scuola dell’infanzia, scuola primaria, scuola superiore, università, e lavoro. Il motto è infatti “riscoprite il vostro passato!”.

Ed ancora, tra la miriade di esempi on line, ecco Thounds dedicato alla musica, che aggrega coloro che hanno un’idea, un motivetto etc., Badoo (l’unico senza forme pubblicitarie) quale aggregatore di amicizie, QQ domina in Cina ed attualmente risulta la più grande community del mondo con i suoi 300milioni di iscritti.

Virus Zeus: anche a Ferrara cresce la soglia di attenzione

Pubblicato da Ilaria Mariniil 4 dicembre 2009

antivirusCome riportato dal quotidiano on line di Ferrara Estense.com (leggi articolo) anche la Polizia Postale e delle Comunicazioni di Ferrara mette guardia da “Zeus”, nuovo virus informatico conosciuto anche con il nome di Zbot.
Un software che “mangia” i dati: stando alle cifre relazionare dalla Polizia postale, ha danneggiato nel nostro Paese una rete di oltre 1.400 computer.

Ma se già per un utente privato è un piccolo dramma perdere file pre­ziosi per l’uso quotidiano, Zeus – una sua variante — ha dimostrato avere potenti tentacoli in affaire molto più delicati su scala nazionale, come riportato in maniera dettagliata dall’edizione on line del pre­stigioso PC World:
“Sta dilagando una nuova campagna di diffusione di virus malware attraverso mes­saggi di posta elettronica che promuovono la vaccinazione contro l’influnza A, falsamente inviate dal Centers for Disease Control and Pre­vention (CDC). Peccato che le mail in questione contengano il trojan Zeus. 
L’allarme è stato lanciato da McAfee e Symantec, dopo che entrambi hanno rilevato la pre­senza di moltis­sime mail ingannevoli che figurano come quella riportata nella schermata di questa notizia. L’oggetto della mail può variare rispetto a quella d’esempio che pubblichiamo in questa notizia e potrebbe includere le frasi “Il tuo profilo personale per la vaccinazione” o “Il programma di registrazione governativo per la vaccinazione contro l’influenza H1N1”; in ogni caso sappiate che nes­sun ente governativo ha avviato una campagna di mail di allerta alla popolazione per la vaccinazione contro il virus dell’influenza suina. 
Le mail malevole invitano a collegarsi al sito cdc.gov per controllare il vostro profilo di vaccinazione, ma la URL del sito in questione porta in realtà a un dominio tipo yhnbad.com.im, che scarica un file trojan sul computer che McAfee ha riconosciuto come una variante recente e non ancora conosciuta del malefico Zeus”.


 
Glos­sario
 

Virus
Nell’ambito dell’informatica un virus è un software, appartenente alla categoria dei malware, che è in grado, una volta eseguito, di infettare dei file in modo da riprodursi facendo copie di sé stesso, generalmente senza farsi rilevare dall’utente. I virus pos­sono essere o non essere direttamente dannosi per il sistema operativo che li ospita, ma anche nel caso migliore comportano un certo spreco di risorse in termini di RAM, CPU e spazio sul disco fisso. Come regola generale si assume che un virus possa danneggiare direttamente solo il software della macchina che lo ospita, anche se esso può indirettamente provocare danni anche all’hardware, ad esempio causando il surriscaldamento della CPU mediante overclocking, oppure fermando la ventola di raffreddamento.
Nell’uso comune il termine virus viene frequentemente ed impropriamente usato come sinonimo di malware, indicando quindi di volta in volta anche categorie di “infestanti” diverse, come ad esempio worm, trojan o dialer.

Trojan
Un trojan o trojan horse (dall’inglese per Cavallo di Troia), è un tipo di malware. Deve il suo nome al fatto che le sue funzionalità sono nascoste all’interno di un programma apparentemente utile; è dunque l’utente stesso che installando ed eseguendo un certo programma, inconsapevolmente, installa ed esegue anche il codice trojan nascosto.
I trojan non si diffondono autonomamente come i virus o i worm, quindi richiedono un intervento diretto dell’aggressore per far giungere l’eseguibile maligno alla vittima. A volte agiscono insieme: un worm viene iniettato in rete con l’intento di installare dei trojan sui sistemi. Spesso è la vittima stessa a ricercare e scaricare un trojan sul proprio computer, dato che i cracker amano inserire queste “trappole” ad esempio nei videogiochi piratati, che in genere sono molto richiesti.
Vengono in genere riconosciuti da un anti­virus aggiornato come tutti i malware. Se il trojan in questione non è ancora stato scoperto dalle software house degli anti­virus, è pos­sibile che esso venga rilevato, con la scansione euristica, come probabile malware. 

Malware
Qualsiasi software creato con il solo scopo di causare danni più o meno gravi al computer su cui viene eseguito. Il termine deriva dalla contrazione delle parole inglesi malicious e software e ha dunque il significato letterale di “programma malvagio”; in italiano è detto anche codice maligno.

Wikipedia: il sito Web 2.0 per eccellenza in crisi?

Pubblicato da Ilaria Mariniil 4 dicembre 2009

opensource_wikipediaProbabilmente è stato il primo, grande esempio di Web condiviso. Parliamo naturalmente di Wikipedia, l’enciclopedia libera, capostipite dell’open source e soprattutto dell’interazione fra utenti, caratteristica alla base della storica entrata in scena del Web 2.0.

Stando infatti alle rilevazioni dell’Universidad Rey Juan Carlos di Madrid, nei primi tre mesi del 2009 qualcosa come 49mila redattori (volontari) che da ogni parte del pianeta contribuiscono inces­santemente al perfezionamento ed all’incremento delle voci disponibili della free encyclopedia inglese, quella con il maggior numero di voci, hanno terminato la loro collaborazione.
Molti, ancor di più se para­gonati ai 5mila abbandoni verificatisi nel 2008.

Motivi? Ce n’è ovviamente più di uno, ma tutti concorrono al segno negativo.
Logicamente, il fatto che in dal momento della nascita (15 gennaio 2001) ad oggi la maggior parte delle voci sia stata creata e succes­sivamente revisionata ed implementata stoppa quelle che pos­sono essere le “entrate” di nuovi contenuti; ma anche il fatto che la direzione di Wikipedia stia cercando di arruolare redattori più esperti e profes­sionali, ed in tal senso va la volontà di creare future partnership con i musei.

Il futuro di Wiki? C’è chi mette sul piatto della bilancia una normale “crisi” nella crescita.
Ma c’è chi come il curatore della ricerca, il profes­sor Felipe Ortega, vede protrarsi da troppo tempo la fase calante, che se protratta ancora nel tempo può mettere in serio pericolo le fondamenta del progetto stesso.

Ma se i redattori registrano un trend negativo, gli utenti no: nel periodo che va da settembre 2008 a settembre 2009, il sito ha registrato un +20% in merito.
 


 
I numeri di Wikipedia (da www.wikipedia.org)
L’obiettivo di Wikipedia è di creare un’enciclopedia libera ed “universale”, in termini sia di ampiezza che di profondità degli argomenti trattati.
Wikipedia è stata descritta da uno dei suoi fondatori (Jimmy Wales) come uno sforzo per creare e distribuire un’enciclopedia libera della più alta qualità pos­sibile ad ogni singola persona sul pianeta nella sua propria lingua. Wikipedia deriva il suo nome dalla composizione della parola wiki, termine hawa­iano che significa “veloce” e con cui viene chiamato un tipo di software collaborativo, e da pedia, suffisso di enciclopedia che in greco significa “insegnamento”. Wikipedia, nelle intenzioni di Wales, dovrebbe raggiungere una qualità pari o migliore dell’Enciclopedia Britannica ed essere pubblicata anche su carta.
È nata il 15 gennaio 2001 come progetto complementare di Nupedia (un progetto con scopo analogo ma la cui redazione era affidata ad esperti).
È curata da volontari seguendo un modello di sviluppo di tipo wiki, nel senso che le pagine pos­sono essere modificate da chiunque e non c’è un comitato di redazione né alcun controllo pre­ventivo sul materiale inviato.
Uno dei principi alla base di Wikipedia è il punto di vista neutrale, secondo il quale le opinioni pre­sentate da personaggi importanti o da opere letterarie vengono rias­sunte senza tentare di determinarne una verità oggettiva.
A causa della sua natura aperta, vandalismi ed imprecisioni sono problemi riscontrabili in Wikipedia.

Aziende: sicurezza 2.0, social network armi a doppio taglio

Pubblicato da Ilaria Mariniil 3 dicembre 2009

sicurezza_informaticaLe imprese devono imparare a gestire i rischi del Web 2.0: è questo il succo del convegno sul tema “Sicurezza 2.0” organizzato dal gruppo di lavoro Enterprise 2.0.

Perché se l’esplosione dei social network da un lato ha aumentato in maniera considerevole la pos­sibilità di decuplicare i propri contatti, è diventato strumento di marketing a costo nullo per accresce il business aziendale, parallelamente ha ampliato la pos­sibilità di divulgare informazioni, anche riservate, substrato ottimale per l’attacco da parte di pirati informatici e hacker.
E, considerato con quasi un sito su due ad oggi è da ritenersi 2.0 (in grado di “interagire”, non statico come ai primordi dei siti Web), il materiale disponibile per un uso distorto per chi vuole creare danni è davvero tanto.

Un esempio recente ed eclatante? Il nuovo sito internet del calciatore Francesco Totti a poche ore dalla messa on line è stato “bucato”. E si può immaginare che il calciatore della Roma e della Nazionale si sia rivolto a profes­sionisti del settore per la creazione della sua vetrina virtuale.

Dove si annidano i pericoli per le aziende? Ad esempio nel fatto che fatto che i social network abbiano quasi reso impercettibile quella che è la linea di separazione tra pubblico e privato. Nulla vieta che, in maniera inconsapevole, un dipendente divulghi informazioni aziendali all’apparenza banali ma utilis­sime alle operazioni degli hacker.

Lo dimostra una ricerca relativa ai primi sei mesi del 2009 curata da Websense: oltre la metà (57%) delle incursioni di pirati informatici hanno avuto come obiettivo il rubare informazioni vitali per la sicurezza o il business dell’attività. Strada spesso spianata dalle pas­sword di semplice rintracciabilità usate per accedere ai profili personali nei social network.

Ancora. Il dare poco peso alla sicurezza informatica aziendale nell’era della condivisione dei contenuti.
Sempre Websense ha illustrato che a fronte della quasi totalità di aziende che concedono l’accesso ad almeno un social network, solamente il 9% ha avuto l’accortezza di incrementare il livello di protezione verso il Web 2.0.
Il costo della sicurezza – unita alla poca conoscenza dei rischi — è elevato, ma un attacco informatico è molto più dannoso a livello economico, ma non solo: è un danno al lavoro fin lì intrapreso, all’immagine aziendale, al business insomma.

Ma cosa serve come pacchetto base per difendersi? Per garantire un livello minimo di sicurezza 2.0 è neces­sario gestire una policy aziendale, utilizzare software e firewall idonei e, fondamentale, gestire in maniera disciplinata e monitorati diritti di accesso degli utenti ai sistemi informatici locali.
 
 


Glos­sario
Un hacker (termine coniato negli Stati Uniti del quale è difficile rendere una corretta traduzione in italiano) è una persona che si impegna nell’affrontare sfide intellettuali per aggirare o superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte, non limitatamente ai suoi ambiti d’interesse (che di solito comprendono l’informatica o l’ingegneria elettronica), ma in tutti gli aspetti della sua vita.
Esiste un luogo comune, usato soprattutto dai mass media (a partire dagli anni ottanta), per cui il termine hacker viene associato ai criminali informatici, la cui definizione corretta è, invece, “cracker”.

Shopping on line? L’e-commerce strega gli uomini!

Pubblicato da Ilaria Mariniil 1 dicembre 2009

ecommerce-onlineInternet sforna sondaggi a ripetizione per ogni argomento ed in ogni momento dell’anno. Arrivati a Natale, poteva mancare il consuntivo sul target e le abitudini del compratore in Rete per l’anno che sta finendo? Certo che no.

I dati arrivano da Twenga, uno dei motori di ricerca per lo shopping più completo del panorama Web, che ha messo sotto la lente le abitudini di uomini e donne italiane. E se lo shopping on the road è monopolio delle donne, quello on the web vede avvantaggiati… gli uomini!

Non solo. Il risultato del sondaggio fa trasparire che l’e-commerce è forse più radicato di quanto si possa immaginare: quasi una persona su due acquista on line. E, rispetto al 2008, sono le donne ad aver aumentato la propensione all’acquisto on the Web (+13%), anche se rimangono staccate.

La meticolosità nelle analisi prima di aprire il portafogli: confronto dei prezzi: 74%, delle donne contro il 75% degli uomini; informazioni supplementari prodotti e marche: gentil sesso 71% contro il 78% degli uomini.
Altri para­metri. La metà delle donne vuole toccare con mano ciò che acquista on line (37% degli uomini); quasi la metà (42%) teme che i prodotti consegnati siano un bluff rispetto a quanto proposto dalla pre­sentazione di chi lo vende (gli uomini sono fermi al 29%); il 37% teme ritardi nella consegna (contro il 28% degli uomini).
E la paura del pagamento elettronico? La paura di venire truffate frena una donna su tre (30%) e solamente un uomo su cinque (23%).
 

Le cifre raccolte da Twenga sugli acquisti on line (535 intervistati):

- Utilizzo di internet nel 2008: donne 26%, uomini 38%
- Utilizzo di internet nel 2009: donne 39%, uomini 59%
- Quest’anno mi informerò in rete su prodotti e marche: donne 71%, uomini 78%
- Quest’anno mi informo sui negozi: donne 57%, uomini 63%
- Quest’anno confronto i prezzi on line: donne 74%, uomini 75%
- Non mi fido dei pagamenti on-line: donne 30%, uomini 23%
- Voglio vedere e toccare con mano ciò che acquisto: donne 50%, uomini 37%
- Ho paura che i prodotti consegnati non siano fedeli alla descrizione: donne 42%, uomini 29%
- Temo ritardi e che non rispettino i termini di consegna: donne 37%, uomini 28%
- Ho paura di non poter cambiare i prodotti che non vanno bene: donne 32%, uomini 22%