dom 01 agosto 2010
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Archivio di febbraio, 2010

Self Marketing: creare il brand vincente di noi stessi

Pubblicato da Antonella Neriil 5 febbraio 2010

self_marketingNavigando in Rete, si pos­sono riscontrare diversi stati d’animo nei confronti dell’argomento: dal più completo scetticismo, ad un generico “palloso” fino al convincimento più totale nei confronti dei dogmi.
Il riferimento sono le famose “4 P del self marketing” di . Sottotitolabile con un “come vendere meglio sé stessi”.

Sono in continua ascesa e mutamento le teorie relative al self marketing: gli slogan facilmente riscontrabili nello smisurato mondo del Web, che come capofila potrebbero essere riconducibili al motto “chi non comunica non esiste!”.

Bisognerebbe dunque secondo le regole del Web 2.0 far sapere che si esiste, che si pos­siede una determinata profes­sionalità, un certo tipo di attitudini. Che poggiano sulla conoscenza millimetrica di noi stessi.
Partendo dalle domande alla base della vita Social, così come fu per l’uomo alle origini, ci sono alcuni interrogativi da porsi prima di “vendersi” sia nel mondo reale che in quello virtuale.
A chi mi sto rivolgendo? Qual è il mio target? Quale la caratteristica in mio pos­sesso che più colpisce e mi rende “unico” ed appetibile?

Ma vediamole, queste 4P, ovvero prodotto, prezzo, posto e promozione. Ed applichiamole all’articolo da “vendere” al meglio: noi.

–Prodotto: se ci si dovesse para­gonare ad un prodotto cosa saremmo? Quali le capacità,le conoscenze ed esperienze che pos­siamo giocare come carta vincente? Quali i nostri?
Fondamentale, come in tutti i campi, è la prima impres­sione che si desta: dal modo di porsi all’abbigliamento, ad altri dettagli che pos­sono fare la differenza come il tono di voce, i gesti
–Prezzo: il nostro valore è determinato da una serie di fattori: titolo di studio, curriculum, competenze.
La cosa fondamentale, oltre a “valere”, è saperlo trasmettere a chi si ha di fronte
–Posto: non sempre è vero che allargando a dismisura i siti cui far pervenire il proprio curriculum sia proporzionale alle probabilità di successo finale. Che in parte è vero, ma basilare è saper ritagliare con pre­cisione stile sarto il proprio range di azione, il substrato ottimale che non svilisca o svenda troppo il soggetto in questione
–Promozione: il far nascere curiosità ed attenzione verso di noi un’altra chiave per l’eventuale successo finale.
Bisogna creare un brand di noi stessi, come un’azienda che promuove la propria ultima creazione

Infine, a conferma che il mondo del Web è in continua evoluzione, alcuni hanno allargato… a 6 le P per il successo di sé stessi, che sarebbero per l’esattezza product, price, promotion, place, people, public.
In pratica, le ultime due P vanno in scia ai contenuti del Web 2.0: sfruttare i Social Network ed in generale le community on line facendo leva sulla loro popolarità e sul fatto che le aziende li tengono monitorati eccome, diffondere la propria immagine in Internet.
Insomma, essere il miglior marketing manager di noi stessi.

Web 2.0: in Italia Internet si legge Facebook

Pubblicato da Antonella Neriil 4 febbraio 2010

facebook_socialnetworkSe un tempo all’estero le associazioni mentali con l’Italia erano spaghetti, pizza e mandolino, ora gli italiani si distinguono per l’amore verso i Social Network, portando anche i gusti del romanico popolo in balia della corrente dell’imperversante Web 2.0.

La constatazione arriva dall’ennesima analisi firmata dalla Nielsen, e relativa alle connes­sioni ad Internet del dicembre 2009, che disegna gli italiani immersi nei labirinti di Facebook & Co. in media sei ore al mese. Tale numero porta l’Italia al quarto posto tra i paesi che utilizzano i Social Network: prima troviamo solamente Australia, Regno Unito e Stati Uniti.
Per la pre­cisione: nella terra dei canguri, leader per tale propensione, le community virtuali intrattengono mensilmente 6 ore e 52 minuti; in the United Kingdom si chatta per 6 ore e 7 minuti al mese, gli statunitensi ci restano in media per 6 ore e 3 minuti
Ancora. In Svizzera il tempo dedicato a tale frangia di Internet è pari a 3 ore e 54, in Germania quattro ore e 11 minuti. Il Giappone sembra lontano da tale moda, superando di pochis­simo le due ore e mezza.

E se i minutaggi non rendono l’esplosione del fenomeno Social Network, basta dire che, rispetto al dicembre 2008, il loro utilizzo è aumentato dell’82%.
Questa continua escalation permetterà anche guadagni correlati alle pubblicità che appa­iono nei miliardi di pagine Web cliccate: stando alle pre­visioni di eMarketer, nel 2010 Facebook ricaverà qualcosa come 605 milioni di dollari, contro i 435 milioni dell’anno appena trascorso.
Cifre giustificate dai 350 milioni di utenti sulla faccia della terra, di cui 19 in Italia.

Giochi 2.0: addio Monopoli, ecco le applicazioni di Facebook

Pubblicato da Antonella Neriil 3 febbraio 2010

farmiville_facebookMonopoli e Risiko? Mazzi di carte per i giochi di ruolo? Certo, hanno cresciuto generazioni di adolescenti, ma ora il gioco si sposta… in Rete.
E la realtà diventa più virtuale che mai.

A dimostrarlo, le diverse applicazioni gratuite del Social Network Facebook, diventate ormai il pas­satempo pre­ferito di decine di milioni di persone in tutto il mondo.

Quando eravate all’asilo vi facevano curare un orto, dalle semina ai primi ortaggi? Ora non c’è bisogno di zappa e bustine di sementi perché Farmville, con una semplice connes­sione ad Internet, permette di sviluppare e gesitire l’attività legata al lavoro dei campi, dalle basi al raccolto alla gestione di stalle e pollai.
Ad oggi, Farmville conta oltre 70 milioni di utenti attivi, ed il successo dell’applicazione è talmente alto che è stato sfruttato come veicolo di raccolta fondi per la ricostruzione di Haiti dopo il terremoto.

Non appas­sionano concime e potatura ma c’è una pre­disposizione alla ristorazione? Ecco che il Web offre Restaurant City, che permette di mettersi alla prova con la gestione di un ristorante.

Parallelamente, se ci si sente vocati per stare dietro al bancone di un bar, ecco Cafè City.

La mamma non vuole animali in casa ma sogni un pesce rosso? O più di uno? La versione 2.0 del mitico Tamagotchi è Happy Acquarium, dove si mette alla prova la costanza del padrone nel curare e nutrire gli amici muniti di pinne.

Pros­simo passo dopo il boom dei giochi-gestionale, alla luce delle prime sperimentazioni già in atto, è la creazione e utilizzo di una moneta virtuale.

Aziende in gonnella: a Ferrara un’impresa su cinque è donna

Pubblicato da Antonella Neriil 2 febbraio 2010

donne_aziendeFerrara, imprenditoria in rosa pre­ziosa risorsa. E’ questa la conclusione di un recente studio, condotto dalla Camera di Commercio di Ferrara sulle aziende del territorio e sulla pre­senza di realtà “in gonnella”.

Il dato regionale. Le imprese femminili ferraresi costituiscono, evidenzia la Camera di Commercio l’8,4% del totale regionale, mentre il peso sul totale nazionale e’ dello 0,6%.
Ancora sbilanciata la distribuzione per forma giuridica: il 73,5% e’ costituito in forma di impresa individuale, concentrato in alcuni settori di attivita’ economica: ben 2.103, corrispondenti al 21,3% del totale, operano nel settore del commercio, altre 1.707, pari al 22,63% del totale, nel settore agricolo.

L’analisi a livello locale. A Ferrara oltre un’impresa su cinque è femminile. Infatti, le 7.566 imprese “in rosa” nella provincia incidono, sul totale delle imprese attive (34.899), per il 21,7% (nel 2008 era al 21,3%).
Un po’ meno dei tre quarti di esse sono imprese individuali.
In netta crescita risultano le donne che scelgono come forma giuridica la società di capitale (+21,7%), mentre la forma giuridica società di persone pre­senta un leggero calo (-1,3%).
In Emilia-Romagna sono più “femminili” di Ferrara solo Piacenza e Rimini, ma nel complesso le province della regione registrano valori che non si discostano molto tra loro. 
Anche se per le figure dirigenziali, il gap tra uomini e donne si riduce al 3,3%, e per quelle impiegatizie d’ufficio al 3,9%. Indagando ancora più a fondo sulla struttura dell’occupazione, la ricerca evidenzia come anche a Ferrara le differenze tra uomini e donne dipendono pre­valentemente dalla diversa distribuzione strutturale per profes­sione svolta, settore di lavoro, dimensione delle imprese, età, titolo di studio ecc..
Se l’occupazione femminile si distribuisse allo stesso identico modo di quella maschile il differenziale retributivo si ridurrebbe, infatti, dal 16 a 3,5%.
In altri termini, le differenze tra gli uomini ed il “gentil sesso” sono in larga parte dovute al fatto che le donne svolgono ancora pre­valentemente profes­sioni, in assoluto, mediamente meno retribuite. Segno che per loro è ancora difficile accedere a profes­sioni per cui la retribuzione è più elevata (e dove la concentrazione di dipendenti uomini è preponderante).

A tal proposito, uno studio dell’Osservatorio dell’economia della Camera di Commercio sull’andamento delle retribuzioni offerte dalle imprese nel 2008, e’ emerso che le retribuzioni medie per gli uomini sono state pari a oltre 28 mila euro contro i 24.100 per le donne, con uno scarto a favore degli uomini del 16% (era 16,5% nel 2003).

Sicurezza informatica: come scardinare il Web in 6 caratteri

Pubblicato da Antonella Neriil 1 febbraio 2010

login_passwordAlcuni istituti di credito, al giorno d’oggi, pre­sentano una tastiera virtuale che cambia di volta in volta per impedire alla pas­sword di essere “rubata” da qualche pirata informatico.
E, sulla stessa scia, si potrebbe parlare di ingegnosi ed efficienti sistemi di protezione dall’hackeraggio dei pre­ziosi contenuti che ognuno di noi pos­siede in Rete.

Ma c’è un curioso studio, condotto negli Stati Uniti dall’Imperva Application Defense Center (ADC), società della California che lavora in ambito protezione dati, in particolare legati a mondo del business, che rivela di come gli stessi utenti facilitino il compito ai pirati informatici scegliendo pas­sword davvero banali e prevedibili.

Un esempio per rendere l’idea? 123456 è la pas­sword più digitata sul Web.
Un caso particolare ma isolato? Una coincidenza? A giudicare dalle succes­sive prime scelte degli internauti, si direbbe proprio di no.
Forse sottovalutando l’abilità degli hacker, risulta oltreoceano che su oltre 32milioni di pas­sword salvate sul proprio browser al secondo posto risulti 12345; e la terza sia la più sostenuta… 123456789.

Ancora. Un utente su tre alle prese con gli asterischi del campo “login” e/o “pas­sword” usa una sequenza segreta composta da meno di cinque caratteri, ed un utente su due sceglie oltre che le cifre sequenziali nomi comuni o definizioni da vocabolario.
E se la semplicità di identificazione da parte degli esperti ladri della Rete è semplice, agevola ancor di più la caccia grossa in Internet il fatto che le persone usino nella maggior parte dei casi le medesime credenziali per diversi servizi.
Come ovviare a questo buco nella sicurezza dei dati personali on the Web? Seguire ad esempio le direttive utilizzate nientemeno che dalla Nasa:
- pas­sword composta da almeno 7 caratteri
- i codici devono essere alfanumerici, né solo lettere, né solo numeri
- alternare caratteri maiuscoli e minuscoli
- non utilizzare nomi di persona, né tantomeno il proprio di battesimo
- ancor di più: come pas­sword blindata, consigliata una frase composta, magari dove al posto delle vocali vengono sostitutiti dei numeri (es. 4=a, 3=e, 0=o).
 
 
Glos­sario
 
Hacker
Un hacker (termine coniato negli Stati Uniti del quale è difficile rendere una corretta traduzione in italiano) è una persona che si impegna nell’affrontare sfide intellettuali per aggirare o superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte, non limitatamente ai suoi ambiti d’interesse (che di solito comprendono l’informatica o l’ingegneria elettronica), ma in tutti gli aspetti della sua vita.
Esiste un luogo comune, usato soprattutto dai mass media (a partire dagli anni ottanta), per cui il termine hacker viene associato ai criminali informatici, la cui definizione corretta è, invece, “cracker”.
 
Phishing
In ambito informatico il phishing (“spillaggio (di dati sensibili)”, in italiano) è una attività illegale che sfrutta una tecnica di ingegneria sociale, ed è utilizzata per ottenere l’accesso a informazioni personali o riservate con la finalità del furto di identità mediante l’utilizzo delle comunicazioni elettroniche, soprattutto mes­saggi di posta elettronica fasulli o mes­saggi istantanei, ma anche contatti telefonici. Grazie a mes­saggi che imitano grafico e logo dei siti istituzionali, l’utente è ingannato e portato a rivelare dati personali, come numero di conto corrente, numero di carta di credito, codici di identificazione ecc.