dom 01 agosto 2010
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Selfmarketing: promuovere sé stessi colpire le aziende

Pubblicato da Antonella Neriil 15 gennaio 2010

selfmarketingUn buon Marketing Manager è quello che, attraverso un’opportuna e mirata strategia, riesce a far conoscere un determinato prodotto, i servizi offerti da una determinata azienda.
E una persona in cerca di lavoro, che vuole veicolare al meglio in Rete la propria profes­sionalità, la propria esperienza, a quali direttive deve attenersi?
In tal senso, è cresciuto nell’ultimo periodo dove la ricerca di lavoro è un’esigenza diffusa l’attitudine al Sel­fmarketing. Che letteralmente significa marketing di sé stessi.
Facendo leva sulle sulle 4P del marketing snocciolate dal guru del marketing Philip Kotler: Prodotto, Prezzo, Posto, Promozione.

Ovvero: promuovere se stessi. Naturalmente, alla base deve esserci “sostanza”, un’esperienza, un buon curriculum insomma.
Non è un’operazione casuale, e nemmeno così semplice come si possa pensare: si devono rispettare alcune norme se si vuole che la promozione self made raggiunga il proprio scopo: colpire chi ne viene a conoscenza e spingere i selezionatore del personale a fis­sare un colloquio conoscitivo.

In ambito Internet: quale miglior pubblicità del saper utilizzare a menadito il Web può essere utile per chi cerca lavoro proprio in ambito informatico?

Il fondamento: ci si muove nel campo del mercato delle risorse umane.
Pertanto, la perfetta conoscenza delle proprie attitudini, e soprattutto il saperle trasmettere a chi non ci ha mai né visto né sentito, è basilare.
Individuare i punti di forza della propria esperienza pone un altro caposaldo nella strategia del Sel­fmarketing: tale specificità accentuate permetteranno di stagliare il proprio profilo tra altri dieci, ad esempio.
Ancora: scegliere i mezzi più adatti per veicolare il proprio profilo lavorativo.
Ed anche costruire una sorta di “immagine” si se stessi, un simil brand che aiuti chi seleziona personale per aziende e/o enti a correlare senza dubbio un cognome ad una determinata profes­sionalità.
In tal senso, i Social Network hanno portato a galla persone, profili, esperienze, competenze: ecco perché sfruttare gli strumenti comunicativi del Web 2.0 è importante (ma attenzione a non esagerare svendendola).
Nell’ultimo anno infatti le selezione di personale, oltre che attraverso i canali tradizionali - agenzie interinali, annunci su carta — e su Portali Web dedicati per il recruiting on line, si è allargata anche al campo dei Social Media, che riescono a riportare abbastanza fedelmente un percorso pre­ciso e completo del soggetto d’interesse, cosa che un semplice foglio di carta non riesce a rendere.
Da un blog ad esempio traspare l’impronta di una persona, la sua capacità comunicativa, il suo approccio nel tempo a temi ed argomenti tra i più disparati. Una sorta di curriculum virtuale.

Web Marketing 2009: Hewlett-Packard il brand meglio diffuso

Pubblicato da Antonella Neriil 11 gennaio 2010

brand_internetHewlett-Packard, Sony e Toshiba sul podio della miglior diffusione on line del proprio brand nel 2009.
E’ quanto emerge dalla ricerca ICEcat 2009 Brand Poluraity Index, che pre­mia le tre multinazionali nel settore del marketing e della pubblicità in Rete per aver meglio veicolato il proprio marchio.

Lo scettro consegnato dopo aver analizzato una campione vastis­simo, qualcosa come 494 milioni di schede tecniche raccolte.
Le opinioni sono quelle scaricate dal sito ICEcat nel corso dell’anno appena concluso da oltre 8mila negozi e-commerce, per una copertura pari ad oltre 3mila brand tecnologici, per cui non indirizzata verso nes­sun risultato.

La top 15 delle aziende IT più ricercate in Rete: HP, Sony, Toshiba, Lenovo, Acer, Canon, Asus, IBM, Kingston, Belkin, Samsung, Philips, Cisco, Epson, Adobe.
Per il futuro gli esperti pre­vedono una gran rentrée della giapponese Fujitsu e l’entrata nelle posizioni che contano della Dell.

Evidentemente l’ottimo rapporto costi/benefici, l’utilizzo sempre crescente del mezzo informatico confermato quotidianamente dall’ennesima statistica ha spinto i responsabili manager dei tre colossi mondiali a spingere sull’acceleratore del Web.
Scelta confermata da un dato eclatante: se nei primi sei mesi del 2009 il trend di Internet mostrava un crescita di appena il 12%, nei primo mesi del 2010 il tasso di crescita media annua è pre­visto addirittura al 48%.
 
 
Glos­sario
 
Brand
La marca o brand (il secondo è un sinonimo mutuato dalla lingua inglese) è un nome, simbolo, disegno, o una combinazione di tali elementi, con cui si identificano prodotti o servizi di uno o più venditori al fine di differenziarli da altri offerti dalla concorrenza.

Aziende: davvero semplice il business in Internet

Pubblicato da Antonella Neriil 7 gennaio 2010

facebook_businessAncora testimonianze reali di quanto investire un po’ del proprio tempo per prendere dimestichezza con i Social Network possa diventare fonte di business per la Pmi italiana.
“Imprenditori, fareste bene a prendere dimestichezza con Facebook”. Parola del New York Times e della sua indagine, riportata recentemente anche da Il Sole 24 Ore.

Un primo dato: il costo nullo dell’iscrizione a Facebook.
Punto secondo: a costo zero, il bacino di utenza è pari a 12 milioni di persone, tanti sono ad oggi gli account attivi su FacciaLibro.

Certo, per buttarsi nella web community bisogna avere un minimo di cognizione di causa non tanto sulla tecnologia, che per i Sociale Network è davvero spicciola, quanto sul proprio scopo in Rete.

Si parte con una domanda scontata per qualsiasi tipo di campagna marketing: qual è l’obiettivo finale?
Da qui capire come strutturare la propria pagina, che proponga i contenuti giusti ma soprattutto faccia trasparire senza equivoco la serietà dell’azienda e dei suoi prodotti e/o servizi offerti. Perché di ciarlatani, purtroppo, è pieno il Web.

Altro punto da non sottovalutare, fonte di studio da parte degli uffici marketing di qualsiasi azienda: quale il target da colpire? Quali le esigenze che devo soddisfare?

Ancora: un mes­saggio finalizzato unicamente al “rifilare” il proprio prodotto ha l’effetto contrario a quello ricercato. Comunicare è il segreto: confrontarsi, saper ascoltare suggerimenti e – soprattutto — le critiche.

Anche mantenere freschi i contenuti è segnale verso l’esterno di costante studio attorno al prodotto e/o servizio, di ricerca, sinonimo di profes­sionalità ed affidabilità; in tal senso, l’utilizzo di newsfeed e status update è basilare per mantenere viva l’attenzione dei clienti che vi hanno già scelto o attirare potenziali nuove entrate.

Un caso di conclamato e tangibile successo al costo di una connes­sione Internet?
E’ quello arcinoto di Chris Meyer, di profes­sione fotografo, residente a Woodbury in Minnesota.
Specializzato in servizi fotografici per matrimoni, si è trovato alle prese con un mercato già saturo di pubblicità tradizionali che offrono servizi similari: comprare a suon di dollari un’inserzione domenicale su un pre­stigioso quotidiano, ormai, non gli dava più il riscontro cercato. Stesso discorso per lo stand nelle Fiere del settore.
Di qui, probabilmente, la scelta di virare verso la Rete, in particolare Facebook.
Semplicemente dalla rilevazione dello status, Meyer ha fatto conoscere i propri servizi alle ragazze fidanzate in età compresa tra 22 e 28 anni residenti nella zona metropolitana di St. Paul (Minneapolis) che avevano indicato di essere fidanzate nell’apposita casella dei loro profili personali. Più targetizzato di così…
Ed infatti, il suo è stato un business che gli ha permesso di continuare ad avere un mercato, un lavoro. “Se Facebook non esistesse, sarei senza lavoro” la frase più celebre di Meyer che circola per il Web.

Quindi: un profilo di Facebook, per quanto insignificante possa sembrare, è fonte di informazioni pre­ziosis­sime per indirizzare la propria pubblicità on the web.
E, rispetto alle forme di pubblicità tradizionali, che neces­sitano di un tempo di incubazione molto più lungo (semplicemente, per quanto un quotidiano nazionale abbia una cassa di risonanza innegabile, chi legge la pubblicità domenicale nell’inserto centrale non è detto che sia in età da matrimonio o intenzionato a sposarsi), Facebook & Co. riescono a fornire nell’arco di poche ore un indice di “apprezzamento” di una determinata proposta/idea pubblicitaria, dal numero di clic e soprattutto dal numero di commenti, indice dell’interesse verso l’argomento, riscontrabile in maniera analoga per le notizie on line ad esempio per un caso di cronaca.

Un altro caso talmente “semplice” da sembrare non pos­sibile?
Tale Charles Nelson è proprietario della pasticceria Sprinkles, specializzata in cupcake (torte monoporzione). In media ogni giorno controlla le impres­sioni degli utenti su Facebook quaranta volte, ed offre quotidianamente un buono omaggio per assaggiare nuove delizie per il palato da lui testate:
Morale della favola: da aprile ad oggi i suoi fans sono decuplicati, toccando quota 70mila.

Web 2.0: Internet prende gli italiani… per la gola

Pubblicato da Antonella Neriil 31 dicembre 2009

cucina_internetIn televisione e sulla carta stampata impazzano i programmi di cucina: dall’ormai tradizionale Prova del Cuoco di Rai Uno alla rubrica Gusto del Tg5 fino al recente Cotto e Mangiato supplemento di Studio Aperto su Italia 1.
Ovunque, in qualsiasi ambito, viene proposta una ricetta o un consiglio sull’alimentazione.

E il Web? Poteva essere da meno? Certo che no.
Uno studio condotto dalla Nielsen per la Voiello, noto produttore di pasta made in Italy, e dall’eloquente titolo “Il web dei golosi”, porta alla luce di come anche Internet pulluli di appas­sionati di cucina: quasi due milioni di italiani visitano con regolarità i siti dedicati ai fornelli e ai suoi segreti. Ovvero un po’ meno della metà dei 4.5 milioni di internauti – recentemente censiti dalla ricerca Gpf/Negroni – risulta un foodies, giusto per utilizzare un neologismo di quelli che sforna quotidianamente la Rete, che ci ripropone quello che eravamo abituati ad etichettare come “buongustaio” in english style.

Tornando all’analisi Nielsen, nello scorso giungo una fetta pari al 7,9% degli 1,8 milioni di persone che si sono connesse ad Internet ha cercato o proposto una ricetta: la crescita rispetto al 2008 è notevole, + 4,6%.

I foodies di cosa dis­sertano in rete? Ma in Italia è ovvio: pasta. La clas­sifica? Spaghetti in pole position (la parola che identifica l’Italia nel mondo è pre­sente in 14.989 mes­saggi), penne al secondo (4.147), linguine medaglia di bronzo (2.990).

E la cucina sul Web poteva non seguire la strada Social? Certo che no. Un milione e mezzo di utenti si addentra in forum, blog e gruppi di discus­sione imperniati su spezie e sughi, o partecipa a concorsi a tema.

Non solo. Oltre un milione di persone utilizza l’e-commerce alimentare.

Il profilo del foodies: donna in tre casi su cinque, di età compresa tra 18 e 9 anni nel 70% dei casi.

I siti internet dedicati che hanno fatto… più gola sono www.cookaround.com (814mila utenti unici mensili), www.giallozafferano.it (626mila), www.cucinare.meglio.it (500mila).
Bene anche www.piacerevero.it , il sito creato dalla stessa Voiello per permettere agli utenti un interscambio culinario real time. Un successo? Considerando che nel mese di settembre il traffico è aumentato del 300%, l’azienda dal punto di vista marketing ha fatto centro.

Marketing, il futuro è green

Pubblicato da Antonella Neriil 29 dicembre 2009

marketing_ambienteDa diversi anni i temi ecologisti, l’eco-sostenibilità e la compatibilità ambientale hanno occupato ampi spazi nel nostro quotidiano; dalla raccolta differenziata ai dibattiti televisivi, sui quotidiani e sul Web.
Non ci si meraviglia dunque se anche il marketing virerà… al verde per sposare l’avanzante cultura ecologista e creare un avvicinamento alla comunicazione e alla pubblicità “sostenibile”.

Su cosa verte l’attività di chi sviluppa green marketing? Come ogni buon pubblicitario-comunicatore, questa nuova figura manageriale dovrà far entrare nella quotidianità la sensibilità verso i prodotti che rispettano standard di qualità e sostenibilità ambientale. Ovvero, fargli ruotare attorno un business.

Ma, ad oggi, qual è la forza di penetrazione dei prodotti che rispettano l’ambiente degli italiani?
Secondo uno studio condotto dall’Istituto Eurisko, l’ambito “verde” interessa gli italiani addirittura al pari della disoccupazione: 90% il risultato delle mille intervistati effettuate in un panel 18–64 anni.
Ed una larga fetta (74%) constata l’arretratezza del Paese in tale ambito, e viene sottolineata l’importanza della diffusione di tali concetti attraverso gli organi di informazione.
Una questione d’interesse, e dove c’è interesse c’è business. Può un accorto piano marketing del futuro pros­simo non tenerne conto?

Inoltre, questo nuovo percorso creerà inevitabilmente nuove figure profes­sionali, pertanto nuovi posti di lavoro.
 

Ci sono già casi studiati in Italia, analizzati ad esempio da Il Sole 24 Ore: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Economia%20e%20Lavoro/2009/imprese-ripresa/articoli/imprese-ripresa-via-italiana-green-economy.shtml

E sempre l’autorevole giornale rosa mette in guardia: non è tutto oro quello che luccica http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/30-agosto-2009/green-economy.shtml)
 
Altri approfondimenti:
http://www.greenme.it/informarsi/green-economy/1462-quanto-ci-costera-la-green-economy
http://blog.panorama.it/economia/2009/02/13/energia-pulita-la-via-italiana-alla-green-economy/
 
 
 
Glos­sario 
Green Economy
Al giorno d’oggi si definisce economia verde, o più propriamente economia ecologica, un tipo di ‘analisi econometrica’ che oltre ai benefici economici (aumento del Prodotto Interno Lordo) prende in considerazione i danni ambientali (che spesso diminuiscono anche il PIL, dal momento che riducono le rese della pesca, dell’agricoltura e la qualità dell’ambiente, fatto che danneggia il turismo) prodotti dall’estrazione delle materie prime, dal loro trasporto e trasformazione in energia, della loro manifattura in prodotti finiti ed infine del pos­sibile riciclaggio o danno ambientale che produce la loro eliminazione definitiva. Questa analisi propone misure economiche, legislative, tecnologiche e di educazione pubblica in grado di ridurre il consumo di energia e di risorse naturali (acqua, cibo, combustibili, metalli, ecc.); diminuire la dipendenza dall’estero; abbattere le emis­sioni di gas serra; ridurre l’inquinamento locale e globale ed infine cercare di istituire un’economia sostenibile per molti millenni, servendosi pre­valentemente di risorse rinnovabili (come le bio­masse, l’eolico, il solare, l’energia idraulica) e procedendo al più profondo riciclaggio di ogni tipo di scarto domestico o industriale.

Fiat, Ducati e Dolce & Gabbana cavalcano l’onda di Facebook

Pubblicato da Antonella Neriil 21 dicembre 2009

Business on a laptopFiat, Piaggio, Ducati, Dolce & Gabbana. Certo, li conosciamo tutti. Forse perché sono stati capaci di diffondere e soprattutto dare continuità alla loro popolarità e al loro brand. E continuano a farlo anche in era del Web 2.0.

A rivelarlo uno studio condotto da FrozenFrogs, agenzia digitale con specializzazione sui media emergenti: chi ha saputo prendere al volo le posizioni migliori sul treno chiamato Social Network sono stati i dirigenti del settore automotive, sport e fashion e dello sport, mentre arrancano ben distanziati dal gruppo di testa compagnie telefoniche e banche.

L’analisi è incentrata su Facebook, ed in particolare sull’indice di coinvolgimento (E.R. ovvero Engagement Rate) emerso dalle fan-page che spopolano sul Social Network del momento: l’indice è in grado di rivelare qual è l’efficacia degli investimenti scelti dalla campagna di Web Marketing dei colossi messi sotto esame su Facebook.
E non è scontato che l’azienda più grande e più conosciuto abbia un E.R. elevato: al contrario, aziende medie hanno saputo sfruttare la connes­sione internet per catalizzare potenziali clienti, mentre diversi colossi hanno fan-page con l’E.R. fermo al 0,16%.

Commercialmente parlando, cosa fa più presa sul popolo di FB? Il lancio di nuovi prodotti (quelli eco-sostenibili attirano parecchio), le promozioni e il proporre la propria campagna marketing attraverso modalità multimediali.

Ma vediamo qualche dato concreto. L’automotive si staglia nelle fan-page panorama Facebook: Piaggio guida le aziende che hanno centrato le scelte marketing (96), poi Fiat (49) e Ducati (47); nel mondo di lustrini e paillettes bene Dolce & Gabbana (38).
Ed una fan-page spontanea, creata proprio dall’utenza cui il prodotto è rivolto, è la dimostrazione inconfutabile dell’efficacia della diffusione di un determinato brand.
Latita una delle categorie che in Internet dovrebbe seminare in abbondanza, ovvero quella delle compagnie telefoniche; balza meno agli occhi ma fa sempre scalpore la pres­soché totale mancanza nell’universo Social degli istituti bancari.
 
 
Glos­sario

Brand
La marca o brand (il secondo è un sinonimo mutuato dalla lingua inglese) è un nome, simbolo, disegno, o una combinazione di tali elementi, con cui si identificano prodotti o servizi di uno o più venditori al fine di differenziarli da altri offerti dalla concorrenza.
 
Engagement Rate
Indiche che fornisce una dimensione di quanto gli utenti interagiscano con il brand e di conseguenza veicolino altri utenti verso quella determinato prodotto e/o argomento.

Lavoro: e-skills nuovo lasciapassare per le aziende

Pubblicato da Antonella Neriil 14 dicembre 2009

ict_aziendeLe competenze informatiche diventeranno sempre più importanti per chi cerca lavoro, in special modo in Italia: nei pros­simi cinque anni infatti la percentuale di lavoratori che avranno competenze nell’utilizzo di strumenti technology-base nel nostro Paese sarà pari al 40%, la più alta in un’Europa che vedrà tale cifra attestarsi sul 31%.
Non solo: a tutto il 2014 è stimato in un 10% il numero mas­simo di persone senza tali competenze fondamentali all’interno di un’azienda.

E’ il risultato principale dello studio condotto da IDC per conto Microsoft inerente il peso delle e-skill in ambito lavorativo e pre­sentata recentemente a Bruxelles.

La ricerca è imperniata sui 1.370 pareri raccolti da altrettanti datori di lavoro in tredici Paesi dell’Europa (ovvero Italia, Gran Bretagna, Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Ungheria, Olanda, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia).
L’Italia, il cui peso nello studio è dell’8%, al pari di Romania e Polonia vedrà accrescere in maniera concreta le competenze di base, ma in tutta Europa non sarà così: in Ungheria ad esempio a lievitare saranno le competenze avanzate.

Quali i settori maggiormente influenzati di tale prospettiva di evoluzione? Per oltre la metà degli intervistati (58%) saranno il settore educativo e quello dell’istruzione (scuole e università), che dovranno immettere sul mercato studenti e laureati con maggiori competenze ICT, competenze che concretamente forniranno pos­sibilità nel breve tempo di trovare l’agognato posto di lavoro.

Alla luce di tali pre­messe, la certificazione delle competenze informatiche per entrare nel mondo del lavoro sarà un lasciapas­sare dall’elevato peso specifico.
 
 

Glos­sario
 
ICT (Information and Communication Technology)
La tecnologia dell’informazione e della comunicazione, in sigla TIC, più conosciuta con il sinonimo inglese information and communication technology, in sigla ICT, è l’insieme delle tecnologie che consentono di elaborare e comunicare l’informazione attraverso mezzi digitali.
Rientrano in quest’ambito lo studio, la progettazione, lo sviluppo, la realizzazione, il supporto e la gestione dei sistemi informativi e di telecomunicazione computerizzati, anche con attenzione alle applicazioni software e ai componenti hardware che le ospitano.
Il fine ultimo dell’ICT è la manipolazione dei dati tramite conversione, immagazzinamento, protezione, trasmis­sione e recupero sicuro delle informazioni.
I profes­sionisti ICT sono caratterizzati da molteplici capacità di intervento, dall’installazione alla progettazione di architetture telematiche, dalla gestione di basi di dati alla progettazione di servizi integrati per la convergenza di informatica e telefonia nella telematica per i nuovi metodi di trasmis­sione dell’informazione.
L’Information Technology è anche un ambito di studio che si occupa dell’archiviazione, dell’elaborazione, della trasformazione e della rappresentazione delle informazioni con l’aiuto del computer e delle tecnologie a esso connesse.
 
E-skill
Neologismo che prende origine dalla parola inglese skill che signiifica “capacità di fare bene qualcosa; tecnica, abilità. Per skill si intende, solitamente, un’abilità acquisita o imparata, a differenza delle abilità innate”.
Il pre­fisso “e” trasla tali competenze all’ambito informatico, ad Internet ed il suo mondo.

Aziende: sicurezza 2.0, social network armi a doppio taglio

Pubblicato da Antonella Neriil 3 dicembre 2009

sicurezza_informaticaLe imprese devono imparare a gestire i rischi del Web 2.0: è questo il succo del convegno sul tema “Sicurezza 2.0” organizzato dal gruppo di lavoro Enterprise 2.0.

Perché se l’esplosione dei social network da un lato ha aumentato in maniera considerevole la pos­sibilità di decuplicare i propri contatti, è diventato strumento di marketing a costo nullo per accresce il business aziendale, parallelamente ha ampliato la pos­sibilità di divulgare informazioni, anche riservate, substrato ottimale per l’attacco da parte di pirati informatici e hacker.
E, considerato con quasi un sito su due ad oggi è da ritenersi 2.0 (in grado di “interagire”, non statico come ai primordi dei siti Web), il materiale disponibile per un uso distorto per chi vuole creare danni è davvero tanto.

Un esempio recente ed eclatante? Il nuovo sito internet del calciatore Francesco Totti a poche ore dalla messa on line è stato “bucato”. E si può immaginare che il calciatore della Roma e della Nazionale si sia rivolto a profes­sionisti del settore per la creazione della sua vetrina virtuale.

Dove si annidano i pericoli per le aziende? Ad esempio nel fatto che fatto che i social network abbiano quasi reso impercettibile quella che è la linea di separazione tra pubblico e privato. Nulla vieta che, in maniera inconsapevole, un dipendente divulghi informazioni aziendali all’apparenza banali ma utilis­sime alle operazioni degli hacker.

Lo dimostra una ricerca relativa ai primi sei mesi del 2009 curata da Websense: oltre la metà (57%) delle incursioni di pirati informatici hanno avuto come obiettivo il rubare informazioni vitali per la sicurezza o il business dell’attività. Strada spesso spianata dalle pas­sword di semplice rintracciabilità usate per accedere ai profili personali nei social network.

Ancora. Il dare poco peso alla sicurezza informatica aziendale nell’era della condivisione dei contenuti.
Sempre Websense ha illustrato che a fronte della quasi totalità di aziende che concedono l’accesso ad almeno un social network, solamente il 9% ha avuto l’accortezza di incrementare il livello di protezione verso il Web 2.0.
Il costo della sicurezza – unita alla poca conoscenza dei rischi — è elevato, ma un attacco informatico è molto più dannoso a livello economico, ma non solo: è un danno al lavoro fin lì intrapreso, all’immagine aziendale, al business insomma.

Ma cosa serve come pacchetto base per difendersi? Per garantire un livello minimo di sicurezza 2.0 è neces­sario gestire una policy aziendale, utilizzare software e firewall idonei e, fondamentale, gestire in maniera disciplinata e monitorati diritti di accesso degli utenti ai sistemi informatici locali.
 
 


Glos­sario
Un hacker (termine coniato negli Stati Uniti del quale è difficile rendere una corretta traduzione in italiano) è una persona che si impegna nell’affrontare sfide intellettuali per aggirare o superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte, non limitatamente ai suoi ambiti d’interesse (che di solito comprendono l’informatica o l’ingegneria elettronica), ma in tutti gli aspetti della sua vita.
Esiste un luogo comune, usato soprattutto dai mass media (a partire dagli anni ottanta), per cui il termine hacker viene associato ai criminali informatici, la cui definizione corretta è, invece, “cracker”.

Aziende: visualizzazione lenta? Un danno al business

Pubblicato da Antonella Neriil 16 novembre 2009

internet_speedSedia ergonomica. Scrivania in radica. Tastiera e mouse wireless. Corsi di aggiornamento. Tutti elementi che incidono innegabilmente sulla produttività aziendale, naturalmente se accompagnati da una competenza di base.
Ma quello che incide sulla resa di chi lavora on the web la velocità di visualizzazione delle pagine Web di un sito Internet sul proprio computer.
A rivelarlo uno studio condotto da Redshift Research per conto di Computer Associates.

Dalle 2.500 esperienze di utenti europei raccolte in cinque nazioni (Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna e Spagna) si evince che un terzo (34%) degli utenti attende al mas­simo 10 secondi che si carichi una determinata pagina, poi avviene l’abbandono dell’operazione e si passa ad un’altra pagina; al ventesimo secondo il 62% degli utenti ha finito la pazienza ed allo scadere del minuto l’86% ha superato la propria soglia di tolleranza e passa a un altro sito.

Non ci si meraviglia quindi che la lentezza nella visualizzazione delle pagine Web si ripercuota a diversi livelli: in crescendo troviamo aumento dello stress sul lavoratore, scarse performance, effetto negativo sul business aziendale fino ad arrivare a mancati guadagni e nei casi più gravi a danni al marchio aziendale.

La lentezza nel visualizzare le pagine è la fetta più grossa (82%) che incide sulla produttività ma non è l’unica: si i mes­saggi di errore (68%), la scarsa intelligibilità delle informazioni visualizzate (50%).
La colpa? Nel 76% dei casi viene affibbiata a chi fornisce all’azienda il servizio di Web Hosting o a chi gestisce il sito di cui non si visualizzano in tempi umani le pagine.

Quasi un dipendente su due (46%) che lavora in/con Internet si aspetta che il problema venga risolto da chi di dovere nell’arco di 10 minuti, l’80% entro ses­santa giri di lancette, mentre il 97% può aspettare fino a 24 ore.

Il danno dopo la beffa consiste nel fatto che solamente un dipendente su quattro (25%) non segnala il problema, ecco l’importanza della crescita sei sistemi aziendali interni di monitoraggio che segnalino tempestivamente queste problematiche.

Aziende, piccoli passi verso la Digital Business Economy

Pubblicato da Antonella Neriil 24 ottobre 2009

digital_economyTanti piccoli passi, ma la strada da percorre per arrivare al traguardo della Digital Business Economy non è poi così vicino.
E’ la conclusione cui è arrivato lo studio condotto dall’Istituto di Informatica e Telematica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che ha constatato che i due terzi delle imprese sono orientate verso il Web (66,8%).
Anzi: tra le realtà con più di 5 dipendenti, addirittura la percentuale sale vertiginosamente al 93%.

Tracciato anche l’identikit dell’utente medio: un profes­sionista del mondo del lavoro, con la rete che conta un uso consistente da parte di politici, giornalisti, docenti e popolo delle Pmi.

Geograficamente parlando, l’utilizzo della rete è maggiore al Nord (70%), poi abbiamo il Centro (63,8%) ed il Sud (59,7%).

In quanto alla rete aziendale, solamente il 38,7% del campione ne dispone.

Quanto si naviga in ufficio? E a cosa serve il Web da scrivania? L’uso di Internet in ufficio è quotidianità per il 79,2% delle imprese (meno del dieci per cento lo utilizza “spesso”).

Cosa muove il mouse? Lavoro (69%), aggiornamento e ricerca dati (44,4%), comunicazione (28,2%), scambio di dati (18,5%), pagamenti e transazioni on line (7,6%).

I domini. Il suffisso che da sempre caratterizza Internet nel nostro Paese, il .it, è quello maggiormente scelto: tra le realtà imprenditoriali che hanno un proprio sito, l’82,2% ha scelto di associarne il dominio al .it

La posta elettronica. Tra le imprese dispone di un servizio di posta elettronica personalizzata il 50,9% degli intervistati, ma solo il 10,5% mostra un interesse nell’attivazione.

Social Network. La ricerca condotta dal Consiglio Nazionale delle Ricerche ricalca i dati diffusi dall’Unione Europea in merito alla propensione verso l’informazione “parallela” di blog e surrogati: 23° (e non esaltante) posizione.