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	<title>CromosomaWeb &#187; carriere</title>
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		<title>Lavoro: aziende attentissime alla e-reputation dei candidati</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 11:14:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La tua immagine è inflazionata in <b>Internet</b>? In tanti ti conoscono? Le tue pagine <b>Facebook</b>, <b>Twitter</b> e il tuo <b>blog</b> pullulano di <b>contatti</b>? Buon per te. Ma attenzione a “come” sei conosciuto e ai contenuti che divulghi per il <b>Web</b>: la tua <b>e-reputation</b> potrebbe portarti ad essere bocciato anzitempo dal tuo prossimo <b>datore di lavoro</b> [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1402" src="http://www.cromosomaweb.it/wp-content/uploads/e-reputation.jpg" alt="e-reputation" width="300" height="189" />La tua immagine è inflazionata in <strong>Internet</strong>? In tanti ti conoscono? Le tue pagine <strong>Facebook </strong>e <strong>Twitter </strong>ed il tuo <strong>blog </strong>pullulano di <strong>contatti</strong>? Buon per te.<br />
Ma attenzione a “come” sei conosciuto ed ai <strong>contenuti</strong> che divulghi per il <strong>Web</strong>. Ovvero la tua <strong><em>e-reputation</em></strong>, neologismo molto utilizzato negli ultimi anni, potrebbe portarti ad essere giudicato in maniera negativa dal tuo prossimo datore di <strong>lavoro</strong>, che scarterà così la tua candidatura indipendentemente dalle tue capacità e <strong>professionalità</strong>.</p>
<p>La tendenza è stata attestata da uno studio commissionato dalla <em><a href="http://www.microsoft.com" target="_blank">Microsoft</a></em> e presentato nei giorni scorsi in occasione del <em>Data Privacy Day</em>: il 70% delle <strong>aziende</strong> statunitensi interpellate in merito hanno confermato che il 70% dei <strong>selezionatori di personale</strong> ha rifiutato a priori candidature di soggetti su cui aveva effettuato una veloce <strong>ricerca</strong> in <strong>Internet</strong>, e che secondo i responsabili godevano di “cattiva” fama in <strong>Rete</strong>.<br />
In Gran Bretagna tale percentuale si attesta sul 41%, una fetta comunque considerevole, 16% in Germania e 14% in Francia.</p>
<p>Il panel su cui è stato elaborato lo studio è formato da 1.200<strong> manager</strong> e selezionatori, intervistati sulle abitudini nelle valutazioni dei candidati, e 1.200<strong> internauti</strong> residenti negli Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania.</p>
<p>Quello che più viene temuto dalle aziende sono eventuali grattacapi dovuti ai “comportamenti del candidato” e “commenti e testi inappropriati”, oltre a commenti negativi sui precedenti posti e colleghi di lavoro.</p>
<p>L’altra faccia della medaglia. In terra statunitense è praticamente ignorato il pericolo legato alla <em>e-reputation</em>: solamente il 7% dei soggetti coinvolti nella ricerca ravvede il proprio comportamenti in Rete.<br />
Più preoccupati in merito i tedeschi: sale al 13% la percentuale dei titubanti.</p>
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		<title>Self Marketing: creare il brand vincente di noi stessi</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 10:37:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Secondo le regole del <b>Web 2.0</b> è basilare far sapere che si esiste, che si possiede una determinata <b>professionalità</b>: in poche parole, creare il <b>brand</b> vincente di noi stessi. Ma ci sono alcuni interrogativi da porsi prima di “vendersi”: a chi mi sto rivolgendo? Qual è il mio <b>target</b>? Cosa mirende mi rende “unico” ed appetibile? [...]
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1365" src="http://www.cromosomaweb.it/wp-content/uploads/self_marketing.jpg" alt="self_marketing" width="300" height="192" />Navigando in <strong>Rete</strong>, si possono riscontrare diversi stati d’animo nei confronti dell’argomento: dal più completo scetticismo, ad un generico “palloso” fino al convincimento più totale nei confronti dei dogmi.<br />
Il riferimento sono le famose “<strong>4 P del self marketing</strong>” di . Sottotitolabile con un “come vendere meglio sé stessi”.</p>
<p>Sono in continua ascesa e  mutamento le teorie relative al self marketing: gli slogan facilmente riscontrabili nello smisurato mondo del<strong> Web</strong>, che come capofila potrebbero essere riconducibili al motto “chi non comunica non esiste!”.</p>
<p>Bisognerebbe dunque secondo le regole del <strong>Web 2.0</strong> far sapere che si esiste, che si possiede una determinata <strong>professionalità</strong>, un certo tipo di attitudini. Che poggiano sulla conoscenza millimetrica di noi stessi.<br />
Partendo dalle domande alla base della vita<strong> Social</strong>, così come fu per l’uomo alle origini, ci sono alcuni interrogativi da porsi prima di “vendersi” sia nel mondo reale che in quello virtuale.<br />
A chi mi sto rivolgendo? Qual è il mio <strong>target</strong>? Quale la caratteristica in mio possesso che più colpisce e mi rende “unico” ed appetibile?</p>
<p>Ma vediamole, queste 4P, ovvero <strong>prodotto</strong>, <strong>prezzo</strong>, <strong>posto</strong> e <strong>promozione</strong>. Ed applichiamole all’articolo da “vendere” al meglio: noi.</p>
<p>–Prodotto: se ci si dovesse paragonare ad un prodotto cosa saremmo? Quali le capacità,le conoscenze ed esperienze che possiamo giocare come carta vincente? Quali i nostri?<br />
Fondamentale, come in tutti i campi, è la prima impressione che si desta: dal modo di porsi all’abbigliamento, ad altri dettagli che possono fare la differenza come il tono di voce, i gesti<br />
–Prezzo: il nostro valore è determinato da una serie di fattori: titolo di studio,<strong> curriculum</strong>,<strong> competenze</strong>.<br />
La cosa fondamentale, oltre a “valere”, è saperlo trasmettere a chi si ha di fronte<br />
–Posto: non sempre è vero che allargando a dismisura i siti cui far pervenire il proprio curriculum sia proporzionale alle probabilità di successo finale. Che in parte è vero, ma basilare è saper ritagliare con precisione stile sarto il proprio range di azione, il substrato ottimale che non svilisca o svenda troppo il soggetto in questione<br />
–Promozione: il far nascere curiosità ed attenzione verso di noi un’altra chiave per l’eventuale successo finale.<br />
Bisogna creare un<strong> brand</strong> di noi stessi, come un’azienda che promuove la propria ultima creazione</p>
<p>Infine, a conferma che il mondo del Web è in continua evoluzione, alcuni hanno allargato… a 6 le P per il successo di sé stessi, che sarebbero per l’esattezza product, price, promotion, place, <strong>people</strong>, <strong>public</strong>.<br />
In pratica, le ultime due P vanno in scia ai contenuti del <strong>Web 2.0</strong>: sfruttare i <strong>Social Network</strong> ed in generale le <strong>community on line</strong> facendo leva sulla loro popolarità e sul fatto che le aziende li tengono monitorati eccome, diffondere la propria immagine in <strong>Internet</strong>.<br />
Insomma, essere il miglior <strong>marketing manager</strong> di noi stessi.</p>
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		<title>Aziende in gonnella: a Ferrara un’impresa su cinque è donna</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 10:22:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<b>Ferrara</b>: <b>imprenditoria in rosa</b> preziosa risorsa. E' questa la conclusione dello studio condotto dalla <b>Camera di Commercio di Ferrara</b> che evidenzia come sul nostro territorio oltre un’<b>impresa</b> su cinque è donna. Infatti, le 7.566 realtà “in rosa” nella provincia incidono, sul totale delle imprese attive, per il 21,7% [...]

]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left"><strong><img class="alignleft size-full wp-image-1322" src="http://www.cromosomaweb.it/wp-content/uploads/donne_aziende.jpg" alt="donne_aziende" width="300" height="192" />Ferrara,</strong> <strong>imprenditoria in rosa</strong> preziosa risorsa. E’ questa la conclusione di un recente studio, condotto dalla <a href="http://www.fe.camcom.it" target="_blank"><strong>Camera di Commercio di Ferrara</strong> </a>sulle<strong> aziende</strong> del territorio e sulla presenza di realtà “in gonnella”.</p>
<p style="text-align: left">Il dato regionale. Le <strong>imprese femminili ferraresi</strong> costituiscono, evidenzia la Camera di Commercio l’8,4% del totale regionale, mentre il peso sul totale nazionale e’ dello 0,6%.<br />
Ancora sbilanciata la distribuzione per forma giuridica: il 73,5% e’ costituito in forma di impresa individuale, concentrato in alcuni settori di attivita’ economica: ben 2.103, corrispondenti al 21,3% del totale, operano nel settore del commercio, altre 1.707, pari al 22,63% del totale, nel settore agricolo.</p>
<p>L’analisi a livello locale. A Ferrara oltre un’impresa su cinque è femminile. Infatti, le 7.566 imprese “in rosa” nella provincia incidono, sul totale delle imprese attive (34.899), per il 21,7% (nel 2008 era al 21,3%).<br />
Un po’ meno dei tre quarti di esse sono imprese individuali.<br />
In netta crescita risultano le donne che scelgono come forma giuridica la società di capitale (+21,7%), mentre la forma giuridica società di persone presenta un leggero calo (-1,3%).<br />
In <strong>Emilia-Romagna</strong> sono più “femminili” di Ferrara solo Piacenza e Rimini, ma nel complesso le province della regione registrano valori che non si discostano molto tra loro. <br />
Anche se per le <strong>figure dirigenziali</strong>, il gap tra uomini e donne si riduce al 3,3%, e per quelle impiegatizie d’ufficio al 3,9%. Indagando ancora più a fondo sulla struttura dell’<strong>occupazione</strong>, la ricerca evidenzia come anche a Ferrara le differenze tra uomini e donne dipendono prevalentemente dalla diversa distribuzione strutturale per professione svolta, settore di lavoro, dimensione delle imprese, età, titolo di studio ecc..<br />
Se l’occupazione femminile si distribuisse allo stesso identico modo di quella maschile il differenziale retributivo si ridurrebbe, infatti, dal 16 a 3,5%.<br />
In altri termini, le differenze tra gli uomini ed il “gentil sesso” sono in larga parte dovute al fatto che le donne svolgono ancora prevalentemente professioni, in assoluto, mediamente meno retribuite. Segno che per loro è ancora difficile accedere a professioni per cui la retribuzione è più elevata (e dove la concentrazione di dipendenti uomini è preponderante).</p>
<p>A tal proposito, uno studio dell’Osservatorio dell’economia della Camera di Commercio sull’andamento delle retribuzioni offerte dalle imprese nel 2008, e’ emerso che le retribuzioni medie per gli uomini sono state pari a oltre 28 mila euro contro i 24.100 per le donne, con uno scarto a favore degli uomini del 16% (era 16,5% nel 2003).</p>
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		<title>Lavoro 2.0: per le aziende un database di manager on line</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 12:01:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Bypassati <b>annunci on line</b>, bacheche sul <b>Sito Internet</b> aziendale, costose società di <b>selezione personale</b>, ora le <b>Pmi</b> alla ricerca di rampanti <b>manager</b> con un valido pedigree alle spalle possono farlo in un clic. In maniera indiscussa una <b>nuova frontiera del Web 2.0</b> che spazia tra domanda e offerta nel mondo del <b>lavoro</b> [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1275" src="http://www.cromosomaweb.it/wp-content/uploads/manager_internet.jpg" alt="manager_internet" width="300" height="183" />Overquaranta it. Ovvero la nuova <strong>banca dati on line</strong> che contiene tutte le informazioni su esperti <strong>manager</strong> alla ricerca di un’occupazione, nuova frontiera per la <strong>ricerca di personale</strong> da parte delle <strong>aziende</strong>.</p>
<p>Bypassati <strong>annunci on line</strong>, bacheche sul<strong> Sito Internet</strong> dell’impresa, costose società di reclutamento e <strong>selezione personale</strong>: ora le<strong> Pmi</strong> alla ricerca di rampanti manager con un valido <em>pedigree</em> alle spalle possono farlo in un clic. In maniera indiscussa una nuova frontiera del<strong> Web 2.0</strong> che spazia tra domanda e offerta nel mondo del lavoro.</p>
<p>L’ideatore di tale <strong>database virtuale</strong>, Graziano Camanzi, all’indomani del successo del progetto snocciolò nel numero di 300 il numero di manager disoccupati collocabili nel corso di un anno.<br />
Che dei 150mila stimati in lista di mobilità non sarà un numero impressionante, ma è già qualcosa. E, soprattutto, a costo zero per il disoccupato.</p>
<p>Il sito. Semplice al primo impatto, <a href="http://www.overquaranta.it/" target="_blank">www.overquaranta.it</a> propone come prima scelta il form dove caricare il proprio <strong>curriculum</strong>, destinato quindi a chi cerca lavoro, e sotto un vero e proprio <strong>motore di ricerca</strong> per una ricerca che può diventare precisissima – per nome, per regione, per professionalità e secondo numerosi altri parametri — dedicato alle aziende che stanno in quel momento cercando una determinata <strong>figura manageriale</strong>.<br />
Apposite sezioni anche per il <strong>progetto</strong> e il manager del mese.</p>
<p>Dal febbraio dello scorso anno i numeri testimoniano che esisteva una necessità per un servizio di questo genere: ad oggi gli iscritti al <strong>portale </strong>sono oltre 1.800, e la previsione parla di 3mila per l’estate 2010.</p>
<p>Il sito è un ottimo interprete del “<strong><em>temporary management</em></strong>”, figura chiave degli ultimi anni, per consulenze giornaliere (o a tempo), che nella dilagante disoccupazione ben vengano.<br />
Diffusa anche la tipologia di somministrazione di lavoro “<em>try &amp; buy</em>” (letteralmente prova e paga): prima il manager dimostra la propria competenza, poi viene retribuito per il lavoro svolto.</p>
<p>Ottima la prospettiva della condivisione dei progetti, un marketing… <strong>Social </strong>se vogliamo: il sito mette a disposizione degli utenti un <strong><em>market-place</em></strong>, e se trova interesse da parte degli altri iscritti l’idea può essere portata avanti nelle opportune sedi.</p>
<p>Il “manifesto” di Overquaranta.it. “Dal giorno in cui siamo partiti è maturata in noi, e sta crescendo di giorno in giorno, una consapevolezza forte e precisa.<br />
Eravamo partiti con le idee abbastanza chiare, e gli inevitabili dubbi su come sarebbe stata accolta la nostra iniziativa non potevano mettere in discussione una certezza fondamentale: c’è un grande problema, ma si può lavorare per cercare una soluzione.<br />
Il problema non riguarda “solo” le nostre vite di manager, ex manager e consulenti alle prese con la più grave crisi dal dopoguerra: si tratta di crisi mondiale, certamente, ma con precise specificità italiane.<br />
Non vogliamo addentrarci in dettagliate analisi economiche e sociologiche: in seguito proporremo qualche contributo più approfondito ma, in questa pagina, vogliamo restare focalizzati sull’essenziale, sperando di essere chiari, pur nella estrema sintesi.<br />
Il punto centrale della specificità italiana è, per noi, questo: l’Italia è il paese della piccola e della media impresa.<br />
Tolte alcune multinazionali — comunque in continua riduzione di personale — e alcune ben note realtà di grandi aziende, il restante tessuto economico del nostro paese è costituito da aziende piccole e medie.<br />
Questo non è, di per sé, un bene o un male; è la situazione che si è venuta a creare e a consolidare nel tempo, a partire dalle condizioni specifiche del nostro paese e alle dinamiche evolutive del nostro sistema economico.<br />
Se guardassimo a questa situazione con gli occhi del marketing (che sono sempre occhi intelligenti…) potremmo anche riconoscervi un vantaggio, in termini di diversificazione del rischio.<br />
Se ci sono sul mercato pochi potenziali clienti, sei il loro “schiavo”; se falliscono o cambiano fornitore, fallisci anche tu. In presenza di molti potenziali clienti, questa minaccia svanisce.<br />
Se il “sistema paese” è costituito da poche grandi aziende, il rischio è enorme; in un mercato parcellizzato questo problema è molto minore.<br />
Occorrerebbe allora capitalizzare questo iniziale punto di forza: noi, invece, qui siamo in difficoltà.<br />
La macchina statale non porta alcun aiuto, anzi rappresenta un freno ulteriore: una politica ingessata e finalizzata unicamente a perpetuare se stessa è il desolante panorama che abbiamo di fronte.<br />
Le aziende sono sole, così come sono soli i manager e i collaboratori che ci lavorano.<br />
Per noi è questo il punto centrale: le aziende hanno bisogno di management, per sopravvivere, per consolidarsi, per crescere.<br />
In Italia c’è molto management a disposizione, e per di più, piaccia o no, costa sempre meno, per tutti i motivi che conosciamo.<br />
Noi, come overquaranta, ci poniamo l’obiettivo di fare incontrare imprese e manager.<br />
Ovviamente occorrerà portare avanti un preciso piano d’azione sul quale stiamo lavorando, anche con qualcuno di voi primi registrati.<br />
È abbastanza evidente che la prima necessità è quella di incrementare il numero di registrazioni per irrobustire la nostra presenza, in modo da presentare al mercato un’offerta importante; poi sarà necessario relazionarci con le aziende per convincerle della bontà della nostra proposta e della nostra modalità di approccio.<br />
La strada che abbiamo intrapreso è, a nostro parere, quella giusta.<br />
E la consapevolezza della quale parlavamo all’inizio è questa: possiamo farcela.<br />
Ma abbiamo bisogno del vostro contributo.<br />
E abbiamo bisogno che le aziende capiscano che senza un adeguato contributo manageriale il respiro è corto, troppo corto”.</p>
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		<title>Viral Marketing: obiettivo far parlaredi sé il Web</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 10:15:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fare la differenza. Stagliarsi in un panorama saturo. Far parlare di sé. Sono queste le basi portanti del <b>Viral Marketing</b>. Bisogna far parlare autonomamente gli utenti, incuriosirli e affascinarli in maniera tale da portarli spontaneamente a diffondere il proprio <b>brand</b>: quale miglior <b>pubblicità</b> di quella che nasce “dal popolo”? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1255" src="http://www.cromosomaweb.it/wp-content/uploads/marketing_virale.jpg" alt="marketing_virale" width="300" height="173" />Fare la differenza. Stagliarsi in un panorama saturo. Far parlare di sé. Sono queste le basi di una buona <strong>strategia di marketing</strong>, ma soprattutto le basi portanti del <strong>Viral Marketing</strong>.</p>
<p>Un passo alla volta. Cos’è per definizione il Viral Marketing?<br />
Prendiamo semplicemente la definizione che fornisce <strong>Wikipedia</strong> “Il marketing virale è un tipo di marketing non convenzionale che sfrutta la <strong>capacità comunicativa</strong> di pochi soggetti interessati per trasmettere il messaggio ad un numero elevato di utenti finali. La modalità di diffusione del messaggio segue un profilo tipico che presenta un andamento esponenziale. È un’evoluzione del passaparola, ma se ne distingue per il fatto di avere un’intenzione volontaria da parte dei promotori della campagna.<br />
Il termine nasce nella metà degli anni ’90 con Draper Fisher Jurvetson utilizzando una analogia biologica con la diffusione esponenziale di un virus e, l’espressione <strong>Viral Marketing</strong> diviene nel 1998 marketing “buzz-word of the year”.<br />
Il principio del viral marketing si basa sull’originalità di un’idea: qualcosa che, a causa della sua natura o del suo contenuto, riesce a espandersi molto velocemente in una data popolazione. Come un virus, l’idea che può rivelarsi interessante per un utente, viene passata da questo ad altri contatti, da questi ad altri e così via. In questo modo si espande rapidamente, tramite il principio del “passaparola”, la conoscenza dell’idea”.</p>
<p>Specificato di cosa si parla, un buon stratega in questo settore della <strong>comunicazione </strong>deve riuscire a creare un meccanismo a catena, un passaparola mediatico in grado di catalizzare l’attenzione, far arrivare e far tornare gli <strong>utenti </strong>sul tuo sito, creare un’attenzione che cresce gradualmente.</p>
<p>Aspetto basilare è il prendere parte al mondo <strong>Social </strong>non “tanto per”, ma seguirlo perseguendo un obiettivo ben preciso, spiccando nella massa perché, volere o volare, oggi anche la più piccola delle realtà anche lontana anni luce dal<strong> Web</strong> ha la sua pagina di <strong>Facebook</strong>, ad esempio. Un biglietto da visita immobile e non visitato, ma c’è a fare numero, ad inflazionare il settore.</p>
<p>Per far lievitare il proprio <strong>brand</strong>, una buona campagna di Viral Marketing deve essere accattivante, non spiccatamente commerciale (assolutamente banditi gli <strong>spot commerciali</strong> puri, che allontanano l’utente).<br />
Anzi: bisogna avere la brillantezza e la capacità di arrivare indirettamente al proprio prodotto e/o servizio catalizzando l’attenzione degli internauti su un altro tema apparantemente esterno, legato ovviamente all’ambito in cui si opera.<br />
Un video, una frase sibillina, perché no uno sconto per testare un determinato prodotto, una musica sono elementi che attirano l’attenzione. E il piano marketing è praticamente già a metà strada.<br />
Bisogna far parlare autonomamente gli utenti, incuriosirli e affascinarli in maniera tale da portarli spontaneamente a diffondere il proprio marchio: quale miglior pubblicità di quella che nasce in maniera spontanea “dal popolo”?</p>
<p>C’è poi un altro equilibrio importante da rispettare: il far diffondere e veicolare nel Web il proprio prodotto ai fruitori finali è sinonimo di aver centrato il progetto, ma saper comunque mantenere la propria <strong>identità </strong>e saper farsi riconoscere resta necessità primaria, altrimenti il progetto va automaticamente a decadere.<br />
Ecco spiegata in tal senso l’importanza di dare riferimenti certi a chi si connette ad <strong>Internet</strong>: una Fan Page di Facebook, un <strong>Sito Internet</strong> ufficiale, un <strong>blog </strong>(o <strong>forum</strong>) aziendale.</p>
<p>Se il risultato finale è il cosiddetto <em><strong>engagement</strong></em> – in italiano la famosa <strong>fidelizzazione </strong>del cliente<strong> </strong>– il <strong>Marketing Manager</strong> può ritenere di aver svolto con perfezione chirurgica il proprio lavoro.</p>
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		<title>Selfmarketing: promuovere sé stessi colpire le aziende</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jan 2010 11:34:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[Aziende]]></category>
		<category><![CDATA[blog]]></category>
		<category><![CDATA[carriere]]></category>
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		<category><![CDATA[web marketing]]></category>

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		<description><![CDATA[Dall'avvento del <b>Web 2.0</b> è inevitabilmente cresciuta, nell'ambito della ricerca del <b>lavoro</b>, l’attitudine al <b>Selfmarketing</b>. Che letteralmente significa <b>marketing di sé stessi</b>, facendo leva sulle sulle <b>4P del marketing</b> snocciolate dal guru del marketing <b>Philip Kotler</b>: Prodotto, Prezzo, Posto, Promozione [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1181" src="http://www.cromosomaweb.it/wp-content/uploads/selfmarketing.jpg" alt="selfmarketing" width="300" height="200" />Un buon <strong>Marketing Manager</strong> è quello che, attraverso un’opportuna e mirata <strong>strategia</strong>, riesce a far conoscere un determinato prodotto, i servizi offerti da una determinata <strong>azienda</strong>.<br />
E una persona in cerca di lavoro, che vuole veicolare al meglio in <strong>Rete </strong>la propria professionalità, la propria esperienza, a quali direttive deve attenersi?<br />
In tal senso, è cresciuto nell’ultimo periodo dove la ricerca di lavoro è un’esigenza diffusa l’attitudine al <strong>Selfmarketing</strong>. Che letteralmente significa <strong>marketing di sé stessi</strong>.<br />
Facendo leva sulle sulle <strong>4P del marketing </strong>snocciolate dal guru del marketing <strong>Philip Kotler</strong>: Prodotto, Prezzo, Posto, Promozione.</p>
<p>Ovvero: promuovere se stessi. Naturalmente, alla base deve esserci “sostanza”, un’esperienza, un buon <strong>curriculum </strong>insomma.<br />
Non è un’operazione casuale, e nemmeno così semplice come si possa pensare: si devono rispettare alcune norme se si vuole che la promozione <em>self made</em> raggiunga il proprio scopo: colpire chi ne viene a conoscenza e spingere i selezionatore del personale a fissare un colloquio conoscitivo.</p>
<p>In ambito <strong>Internet</strong>: quale miglior pubblicità del saper utilizzare a menadito il <strong>Web </strong>può essere utile per chi cerca <strong>lavoro</strong> proprio in ambito informatico?</p>
<p>Il fondamento: ci si muove nel campo del mercato delle <strong>risorse umane</strong>.<br />
Pertanto, la perfetta conoscenza delle proprie attitudini, e soprattutto il saperle trasmettere a chi non ci ha mai né visto né sentito, è basilare.<br />
Individuare i punti di forza della propria esperienza pone un altro caposaldo nella strategia del Selfmarketing: tale specificità accentuate permetteranno di stagliare il proprio profilo tra altri dieci, ad esempio.<br />
Ancora: scegliere i mezzi più adatti per veicolare il proprio profilo lavorativo.<br />
Ed anche costruire una sorta di “immagine” si se stessi, un simil brand che aiuti chi seleziona personale per aziende e/o enti a correlare senza dubbio un cognome ad una determinata professionalità.<br />
In tal senso, i <strong>Social Network</strong> hanno portato a galla persone, profili, esperienze, competenze: ecco perché sfruttare gli strumenti comunicativi del <strong>Web 2.0</strong> è importante (ma attenzione a non esagerare svendendola).<br />
Nell’ultimo anno infatti le selezione di personale, oltre che attraverso i canali tradizionali - agenzie interinali, annunci su carta — e su <strong>Portali Web</strong> dedicati per il <em>recruiting on line</em>, si è allargata anche al campo dei <strong>Social Media</strong>, che riescono a riportare abbastanza fedelmente un percorso preciso e completo del soggetto d’interesse, cosa che un semplice foglio di carta non riesce a rendere.<br />
Da un <strong>blog</strong> ad esempio traspare l’impronta di una persona, la sua <strong>capacità comunicativa</strong>, il suo approccio nel tempo a temi ed argomenti tra i più disparati. Una sorta di curriculum virtuale.</p>
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		<title>Crei la tua carriera lavorando dovunque? Sei un Cloudworker!</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 14:33:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Aldo Minio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aziende]]></category>
		<category><![CDATA[carriere]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[keywords]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[opportunità]]></category>

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		<description><![CDATA[Un tempo qualcuno li chiamava "battitori liberi". Erano lavoratori indipendenti che amavano girare l'Italia offrendo i propri servizi "on demand" a diversi committenti. Il concetto non è proprio lo stesso, ma il blogger Venkatesh Rao [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-94" style="margin-left: 0px; margin-right: 10px;" title="cloudworker" src="http://www.cromosomaweb.it/wp-content/uploads/cloudworker-300x246.jpg" alt="Cloudworker nuove professioni web" width="300" height="246" />Un tempo qualcuno li chiamava “battitori liberi”, con un termine preso in prestito dal calcio. Erano lavoratori indipendenti, liberi professionisti o consulenti che amavano girare l’Italia e il mondo offrendo i propri servizi “on demand” a diversi committenti. Il concetto non è esattamente lo stesso, ma un blogger e ricercatore alla Cornell University, <a title="Ribbonfarm.com di Venkatesh Rao" href="http://www.ribbonfarm.com" target="_blank">Venkatesh Rao</a>, ha recentemente coniato una nuova definizione, destinata a fare strada, ne sono certo: <strong>Cloudworker</strong>, lavoratore nuvola.</p>
<blockquote><p>Someone who uses on-demand technology and collaboration tools, such as unified communications, to work anywhere and anytime, and uses the resulting freedom to enable a my-size-fits-me career path and lifestyle.</p></blockquote>
<p><span id="more-10"></span><br />
Il cloudworker è dunque un professionista che mette a frutto il proprio talento utilizzando la tecnologia in base alle necessità del momento e gli strumenti di collaborazione per gestire i suoi spazi e crere uno stile di vita adatto alle proprie esigenze, lavorando dappertutto e in qualsiasi momento.</p>
<p>il cloudworker, se bene ho interpretato il pensiero di Rao, è un professionista che crea contenuti ed opportunità, uno che non ha un contesto sociale vero e proprio né un contesto professionale stabile, ma che può svolgere il proprio lavoro da qualsiasi parte del mondo.</p>
<p>Cosa fa il Cloudworker,dunque? Tutto e nulla, direi. Crea opportunità attraverso la sua capacità di gestire un elevato numero di network e di contatti in più settori diversi tra loro e complementari. Trova nessi ed affinità, etichetta le cose e la gente per fare ordine e creare interazioni, è <em>opinion leader</em> e spettatore passivo al tempo stesso.</p>
<p>E’ poliedrico e versatile, come soltanto i veri comunicatori sanno essere. Se ne sta lì nel suo cielo, come le nuvole, e come loro guarda in basso e sceglie dove e quando piovere, se vale la pena farlo, ovviamente. Come le nuvole si muove lentamente nello spazio, perché lui un posto di lavoro fisso in senso tradizionale non ce l’ha. La rete è il suo luogo di lavoro e la rete è ovunque e in nessun luogo. E attenzione… è sempre pronto a piovervi addosso!</p>
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