mar 07 febbraio 2012
CromosomaWeb internet web marketing

Lavoro: aziende attentissime alla e-reputation dei candidati

Pubblicato da Ilaria Mariniil 9 febbraio 2010

e-reputationLa tua immagine è inflazionata in Internet? In tanti ti conoscono? Le tue pagine Facebook e Twitter ed il tuo blog pullulano di contatti? Buon per te.
Ma attenzione a “come” sei conosciuto ed ai contenuti che divulghi per il Web. Ovvero la tua e-reputation, neologismo molto utilizzato negli ultimi anni, potrebbe portarti ad essere giudicato in maniera negativa dal tuo pros­simo datore di lavoro, che scarterà così la tua candidatura indipendentemente dalle tue capacità e profes­sionalità.

La tendenza è stata attestata da uno studio commis­sionato dalla Microsoft e pre­sentato nei giorni scorsi in occasione del Data Privacy Day: il 70% delle aziende statunitensi interpellate in merito hanno confermato che il 70% dei selezionatori di personale ha rifiutato a priori candidature di soggetti su cui aveva effettuato una veloce ricerca in Internet, e che secondo i responsabili godevano di “cattiva” fama in Rete.
In Gran Bretagna tale percentuale si attesta sul 41%, una fetta comunque considerevole, 16% in Germania e 14% in Francia.

Il panel su cui è stato elaborato lo studio è formato da 1.200 manager e selezionatori, intervistati sulle abitudini nelle valutazioni dei candidati, e 1.200 internauti residenti negli Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania.

Quello che più viene temuto dalle aziende sono eventuali grattacapi dovuti ai “comportamenti del candidato” e “commenti e testi inappropriati”, oltre a commenti negativi sui pre­cedenti posti e colleghi di lavoro.

L’altra faccia della medaglia. In terra statunitense è praticamente ignorato il pericolo legato alla e-reputation: solamente il 7% dei soggetti coinvolti nella ricerca ravvede il proprio comportamenti in Rete.
Più pre­occupati in merito i tedeschi: sale al 13% la percentuale dei titubanti.

Web 2.0: prende piede il fascicolo sanitario elettronico

Pubblicato da Ilaria Mariniil 8 febbraio 2010

sanita_internetSi è partiti con la cartella clinica on line, che ha tagliato centinaia di fotocopie richieste dopo ore di coda allo sportello terminato l’iter del ricovero.
Da poco è stata introdotta la chiavetta “rosa”, che permette alle donne in cinta di avere “in tasca” tutti i dati dall’inizio della gestazione.

Ed ora, 6 ospedali italiani su 10 utilizzano in maniera proficua il fascicolo sanitario elettronico (Fse) che permette una consultazione contemporanea da parte di più strutture del percorso clinico completo del paziente, dal medico di base all’ambulatorio Usl od ospedaliero.
Una cronistoria della sua salute raccolta in un mini Sito Internet in pratica, acces­sibile in ogni momento e che permette di analizzare ogni fase della vita del paziente.
E, in un secondo momento, visto l’imperversare nell’utilizzo del computer e dell’accesso ad Internet in Web 2.0 style, anche il paziente potrà accedere a questa pre­ziosa banca dati.
Un altro passo non indifferente del filone inerente l’e-Healt.

Il fascicolo sanitario elettronico, in fase già avanzata di sperimentazione in quasi metà delle Regioni italiane, è utilizzato nel 43% delle Asl, nel 62% delle aziende e dei pre­sidi ospedalieri, cioè 3 su 5, oltre che nel 19% degli ambulatori territoriali.

Ancora. Il database medico personale è conosciuto al 71% dei medici di famiglia e i pediatri di libera scelta, al 67% dei camici bianchi ospedalieri e specialisti e al 29% degli infermieri, mentre tra i farmacisti la diffusione è ferma al 5%.
Con il Fse vengono gestite oltre la metà delle pre­stazioni specialistiche e ospedaliere, un 33% di quelle farmaceutiche e il 24% per quelle di Pronto soccorso.
In particolare, risultano sette le Regioni con una diffusione del Fse superiore al 75% tra Asl e aziende ospedaliere: Lombardia, Friuli, Emilia Romagna, Toscana, Calabria, Sicilia e Sardegna.

Self Marketing: creare il brand vincente di noi stessi

Pubblicato da Ilaria Mariniil 5 febbraio 2010

self_marketingNavigando in Rete, si pos­sono riscontrare diversi stati d’animo nei confronti dell’argomento: dal più completo scetticismo, ad un generico “palloso” fino al convincimento più totale nei confronti dei dogmi.
Il riferimento sono le famose “4 P del self marketing” di . Sottotitolabile con un “come vendere meglio sé stessi”.

Sono in continua ascesa e mutamento le teorie relative al self marketing: gli slogan facilmente riscontrabili nello smisurato mondo del Web, che come capofila potrebbero essere riconducibili al motto “chi non comunica non esiste!”.

Bisognerebbe dunque secondo le regole del Web 2.0 far sapere che si esiste, che si pos­siede una determinata profes­sionalità, un certo tipo di attitudini. Che poggiano sulla conoscenza millimetrica di noi stessi.
Partendo dalle domande alla base della vita Social, così come fu per l’uomo alle origini, ci sono alcuni interrogativi da porsi prima di “vendersi” sia nel mondo reale che in quello virtuale.
A chi mi sto rivolgendo? Qual è il mio target? Quale la caratteristica in mio pos­sesso che più colpisce e mi rende “unico” ed appetibile?

Ma vediamole, queste 4P, ovvero prodotto, prezzo, posto e promozione. Ed applichiamole all’articolo da “vendere” al meglio: noi.

–Prodotto: se ci si dovesse para­gonare ad un prodotto cosa saremmo? Quali le capacità,le conoscenze ed esperienze che pos­siamo giocare come carta vincente? Quali i nostri?
Fondamentale, come in tutti i campi, è la prima impres­sione che si desta: dal modo di porsi all’abbigliamento, ad altri dettagli che pos­sono fare la differenza come il tono di voce, i gesti
–Prezzo: il nostro valore è determinato da una serie di fattori: titolo di studio, curriculum, competenze.
La cosa fondamentale, oltre a “valere”, è saperlo trasmettere a chi si ha di fronte
–Posto: non sempre è vero che allargando a dismisura i siti cui far pervenire il proprio curriculum sia proporzionale alle probabilità di successo finale. Che in parte è vero, ma basilare è saper ritagliare con pre­cisione stile sarto il proprio range di azione, il substrato ottimale che non svilisca o svenda troppo il soggetto in questione
–Promozione: il far nascere curiosità ed attenzione verso di noi un’altra chiave per l’eventuale successo finale.
Bisogna creare un brand di noi stessi, come un’azienda che promuove la propria ultima creazione

Infine, a conferma che il mondo del Web è in continua evoluzione, alcuni hanno allargato… a 6 le P per il successo di sé stessi, che sarebbero per l’esattezza product, price, promotion, place, people, public.
In pratica, le ultime due P vanno in scia ai contenuti del Web 2.0: sfruttare i Social Network ed in generale le community on line facendo leva sulla loro popolarità e sul fatto che le aziende li tengono monitorati eccome, diffondere la propria immagine in Internet.
Insomma, essere il miglior marketing manager di noi stessi.

Web 2.0: in Italia Internet si legge Facebook

Pubblicato da Ilaria Mariniil 4 febbraio 2010

facebook_socialnetworkSe un tempo all’estero le associazioni mentali con l’Italia erano spaghetti, pizza e mandolino, ora gli italiani si distinguono per l’amore verso i Social Network, portando anche i gusti del romanico popolo in balia della corrente dell’imperversante Web 2.0.

La constatazione arriva dall’ennesima analisi firmata dalla Nielsen, e relativa alle connes­sioni ad Internet del dicembre 2009, che disegna gli italiani immersi nei labirinti di Facebook & Co. in media sei ore al mese. Tale numero porta l’Italia al quarto posto tra i paesi che utilizzano i Social Network: prima troviamo solamente Australia, Regno Unito e Stati Uniti.
Per la pre­cisione: nella terra dei canguri, leader per tale propensione, le community virtuali intrattengono mensilmente 6 ore e 52 minuti; in the United Kingdom si chatta per 6 ore e 7 minuti al mese, gli statunitensi ci restano in media per 6 ore e 3 minuti
Ancora. In Svizzera il tempo dedicato a tale frangia di Internet è pari a 3 ore e 54, in Germania quattro ore e 11 minuti. Il Giappone sembra lontano da tale moda, superando di pochis­simo le due ore e mezza.

E se i minutaggi non rendono l’esplosione del fenomeno Social Network, basta dire che, rispetto al dicembre 2008, il loro utilizzo è aumentato dell’82%.
Questa continua escalation permetterà anche guadagni correlati alle pubblicità che appa­iono nei miliardi di pagine Web cliccate: stando alle pre­visioni di eMarketer, nel 2010 Facebook ricaverà qualcosa come 605 milioni di dollari, contro i 435 milioni dell’anno appena trascorso.
Cifre giustificate dai 350 milioni di utenti sulla faccia della terra, di cui 19 in Italia.

Giochi 2.0: addio Monopoli, ecco le applicazioni di Facebook

Pubblicato da Ilaria Mariniil 3 febbraio 2010

farmiville_facebookMonopoli e Risiko? Mazzi di carte per i giochi di ruolo? Certo, hanno cresciuto generazioni di adolescenti, ma ora il gioco si sposta… in Rete.
E la realtà diventa più virtuale che mai.

A dimostrarlo, le diverse applicazioni gratuite del Social Network Facebook, diventate ormai il pas­satempo pre­ferito di decine di milioni di persone in tutto il mondo.

Quando eravate all’asilo vi facevano curare un orto, dalle semina ai primi ortaggi? Ora non c’è bisogno di zappa e bustine di sementi perché Farmville, con una semplice connes­sione ad Internet, permette di sviluppare e gesitire l’attività legata al lavoro dei campi, dalle basi al raccolto alla gestione di stalle e pollai.
Ad oggi, Farmville conta oltre 70 milioni di utenti attivi, ed il successo dell’applicazione è talmente alto che è stato sfruttato come veicolo di raccolta fondi per la ricostruzione di Haiti dopo il terremoto.

Non appas­sionano concime e potatura ma c’è una pre­disposizione alla ristorazione? Ecco che il Web offre Restaurant City, che permette di mettersi alla prova con la gestione di un ristorante.

Parallelamente, se ci si sente vocati per stare dietro al bancone di un bar, ecco Cafè City.

La mamma non vuole animali in casa ma sogni un pesce rosso? O più di uno? La versione 2.0 del mitico Tamagotchi è Happy Acquarium, dove si mette alla prova la costanza del padrone nel curare e nutrire gli amici muniti di pinne.

Pros­simo passo dopo il boom dei giochi-gestionale, alla luce delle prime sperimentazioni già in atto, è la creazione e utilizzo di una moneta virtuale.

Sicurezza informatica: come scardinare il Web in 6 caratteri

Pubblicato da Ilaria Mariniil 1 febbraio 2010

login_passwordAlcuni istituti di credito, al giorno d’oggi, pre­sentano una tastiera virtuale che cambia di volta in volta per impedire alla pas­sword di essere “rubata” da qualche pirata informatico.
E, sulla stessa scia, si potrebbe parlare di ingegnosi ed efficienti sistemi di protezione dall’hackeraggio dei pre­ziosi contenuti che ognuno di noi pos­siede in Rete.

Ma c’è un curioso studio, condotto negli Stati Uniti dall’Imperva Application Defense Center (ADC), società della California che lavora in ambito protezione dati, in particolare legati a mondo del business, che rivela di come gli stessi utenti facilitino il compito ai pirati informatici scegliendo pas­sword davvero banali e prevedibili.

Un esempio per rendere l’idea? 123456 è la pas­sword più digitata sul Web.
Un caso particolare ma isolato? Una coincidenza? A giudicare dalle succes­sive prime scelte degli internauti, si direbbe proprio di no.
Forse sottovalutando l’abilità degli hacker, risulta oltreoceano che su oltre 32milioni di pas­sword salvate sul proprio browser al secondo posto risulti 12345; e la terza sia la più sostenuta… 123456789.

Ancora. Un utente su tre alle prese con gli asterischi del campo “login” e/o “pas­sword” usa una sequenza segreta composta da meno di cinque caratteri, ed un utente su due sceglie oltre che le cifre sequenziali nomi comuni o definizioni da vocabolario.
E se la semplicità di identificazione da parte degli esperti ladri della Rete è semplice, agevola ancor di più la caccia grossa in Internet il fatto che le persone usino nella maggior parte dei casi le medesime credenziali per diversi servizi.
Come ovviare a questo buco nella sicurezza dei dati personali on the Web? Seguire ad esempio le direttive utilizzate nientemeno che dalla Nasa:
- pas­sword composta da almeno 7 caratteri
- i codici devono essere alfanumerici, né solo lettere, né solo numeri
- alternare caratteri maiuscoli e minuscoli
- non utilizzare nomi di persona, né tantomeno il proprio di battesimo
- ancor di più: come pas­sword blindata, consigliata una frase composta, magari dove al posto delle vocali vengono sostitutiti dei numeri (es. 4=a, 3=e, 0=o).
 
 
Glos­sario
 
Hacker
Un hacker (termine coniato negli Stati Uniti del quale è difficile rendere una corretta traduzione in italiano) è una persona che si impegna nell’affrontare sfide intellettuali per aggirare o superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte, non limitatamente ai suoi ambiti d’interesse (che di solito comprendono l’informatica o l’ingegneria elettronica), ma in tutti gli aspetti della sua vita.
Esiste un luogo comune, usato soprattutto dai mass media (a partire dagli anni ottanta), per cui il termine hacker viene associato ai criminali informatici, la cui definizione corretta è, invece, “cracker”.
 
Phishing
In ambito informatico il phishing (“spillaggio (di dati sensibili)”, in italiano) è una attività illegale che sfrutta una tecnica di ingegneria sociale, ed è utilizzata per ottenere l’accesso a informazioni personali o riservate con la finalità del furto di identità mediante l’utilizzo delle comunicazioni elettroniche, soprattutto mes­saggi di posta elettronica fasulli o mes­saggi istantanei, ma anche contatti telefonici. Grazie a mes­saggi che imitano grafico e logo dei siti istituzionali, l’utente è ingannato e portato a rivelare dati personali, come numero di conto corrente, numero di carta di credito, codici di identificazione ecc.

Lavoro 2.0: per le aziende un database di manager on line

Pubblicato da Ilaria Mariniil 29 gennaio 2010

manager_internetOverquaranta it. Ovvero la nuova banca dati on line che contiene tutte le informazioni su esperti manager alla ricerca di un’occupazione, nuova frontiera per la ricerca di personale da parte delle aziende.

Bypas­sati annunci on line, bacheche sul Sito Internet dell’impresa, costose società di reclutamento e selezione personale: ora le Pmi alla ricerca di rampanti manager con un valido pedigree alle spalle pos­sono farlo in un clic. In maniera indiscussa una nuova frontiera del Web 2.0 che spazia tra domanda e offerta nel mondo del lavoro.

L’ideatore di tale database virtuale, Graziano Camanzi, all’indomani del successo del progetto snocciolò nel numero di 300 il numero di manager disoccupati collocabili nel corso di un anno.
Che dei 150mila stimati in lista di mobilità non sarà un numero impres­sionante, ma è già qualcosa. E, soprattutto, a costo zero per il disoccupato.

Il sito. Semplice al primo impatto, www.overquaranta.it propone come prima scelta il form dove caricare il proprio curriculum, destinato quindi a chi cerca lavoro, e sotto un vero e proprio motore di ricerca per una ricerca che può diventare pre­cisis­sima – per nome, per regione, per profes­sionalità e secondo numerosi altri para­metri — dedicato alle aziende che stanno in quel momento cercando una determinata figura manageriale.
Apposite sezioni anche per il progetto e il manager del mese.

Dal febbraio dello scorso anno i numeri testimoniano che esisteva una neces­sità per un servizio di questo genere: ad oggi gli iscritti al portale sono oltre 1.800, e la pre­visione parla di 3mila per l’estate 2010.

Il sito è un ottimo interprete del “temporary management”, figura chiave degli ultimi anni, per consulenze giornaliere (o a tempo), che nella dilagante disoccupazione ben vengano.
Diffusa anche la tipologia di somministrazione di lavoro “try & buy” (letteralmente prova e paga): prima il manager dimostra la propria competenza, poi viene retribuito per il lavoro svolto.

Ottima la prospettiva della condivisione dei progetti, un marketing… Social se vogliamo: il sito mette a disposizione degli utenti un market-place, e se trova interesse da parte degli altri iscritti l’idea può essere portata avanti nelle opportune sedi.

Il “manifesto” di Overquaranta.it. “Dal giorno in cui siamo partiti è maturata in noi, e sta crescendo di giorno in giorno, una consapevolezza forte e pre­cisa.
Eravamo partiti con le idee abbastanza chiare, e gli inevitabili dubbi su come sarebbe stata accolta la nostra iniziativa non potevano mettere in discus­sione una certezza fondamentale: c’è un grande problema, ma si può lavorare per cercare una soluzione.
Il problema non riguarda “solo” le nostre vite di manager, ex manager e consulenti alle prese con la più grave crisi dal dopoguerra: si tratta di crisi mondiale, certamente, ma con pre­cise specificità italiane.
Non vogliamo addentrarci in dettagliate analisi economiche e sociologiche: in seguito proporremo qualche contributo più approfondito ma, in questa pagina, vogliamo restare focalizzati sull’essenziale, sperando di essere chiari, pur nella estrema sintesi.
Il punto centrale della specificità italiana è, per noi, questo: l’Italia è il paese della piccola e della media impresa.
Tolte alcune multinazionali — comunque in continua riduzione di personale — e alcune ben note realtà di grandi aziende, il restante tes­suto economico del nostro paese è costituito da aziende piccole e medie.
Questo non è, di per sé, un bene o un male; è la situazione che si è venuta a creare e a consolidare nel tempo, a partire dalle condizioni specifiche del nostro paese e alle dinamiche evolutive del nostro sistema economico.
Se guardas­simo a questa situazione con gli occhi del marketing (che sono sempre occhi intelligenti…) potremmo anche riconoscervi un vantaggio, in termini di diversificazione del rischio.
Se ci sono sul mercato pochi potenziali clienti, sei il loro “schiavo”; se falliscono o cambiano fornitore, fallisci anche tu. In pre­senza di molti potenziali clienti, questa minaccia svanisce.
Se il “sistema paese” è costituito da poche grandi aziende, il rischio è enorme; in un mercato parcellizzato questo problema è molto minore.
Occorrerebbe allora capitalizzare questo iniziale punto di forza: noi, invece, qui siamo in difficoltà.
La macchina statale non porta alcun aiuto, anzi rappresenta un freno ulteriore: una politica inges­sata e finalizzata unicamente a perpetuare se stessa è il desolante panorama che abbiamo di fronte.
Le aziende sono sole, così come sono soli i manager e i collaboratori che ci lavorano.
Per noi è questo il punto centrale: le aziende hanno bisogno di management, per sopravvivere, per consolidarsi, per crescere.
In Italia c’è molto management a disposizione, e per di più, piaccia o no, costa sempre meno, per tutti i motivi che conosciamo.
Noi, come overquaranta, ci poniamo l’obiettivo di fare incontrare imprese e manager.
Ovviamente occorrerà portare avanti un pre­ciso piano d’azione sul quale stiamo lavorando, anche con qualcuno di voi primi registrati.
È abbastanza evidente che la prima neces­sità è quella di incrementare il numero di registrazioni per irrobustire la nostra pre­senza, in modo da pre­sentare al mercato un’offerta importante; poi sarà neces­sario relazionarci con le aziende per convincerle della bontà della nostra proposta e della nostra modalità di approccio.
La strada che abbiamo intrapreso è, a nostro parere, quella giusta.
E la consapevolezza della quale parlavamo all’inizio è questa: pos­siamo farcela.
Ma abbiamo bisogno del vostro contributo.
E abbiamo bisogno che le aziende capiscano che senza un adeguato contributo manageriale il respiro è corto, troppo corto”.

L’amore 2.0? E’ quello che si cerca su Facebook

Pubblicato da Ilaria Mariniil 28 gennaio 2010

facebook_relazioneUn recente studio condotto da Robin Dunbar dell’Università di Oxford rivela che, come nella vita, su Facebook non è pos­sibile gestire più di 150 relazioni virtuali: il numero medio di amicizie sul Social Network più cool è infatti pari a 130.
Ma c’è a chi in Internet basterebbe – e sono davvero tantis­simi – trovarne una, magari quella della vita.
In vera ottica Web 2.0, Facebook è infatti diventato il nuovo strumento di rimorchio, soprattutto adesso, che tutti sono iscritti, che è inverno, c’è freddo e la voglia di uscire la sera per conoscere gente nuova è sempre meno.

I timidi ci si rintanano come in un ambiente familiare e protetto: ho amiche che non ci penserebbero minimamente ad attaccar bottone con un uomo in un locale (è una questione di ruoli), ma non hanno remore a chiedergli l’amicizia su Facebook (“tanto me la dà di sicuro”) per poi attendere, ovviamente, che sia lui a fare il primo passo con un contatto, magari anche solo un “benvenuta tra i miei amici”.

Ma il problema è proprio qui: gli uomini sono un po’ orsi e come tali spesso dimenticano le buone maniere e non si rendono conto che anche le piazze virtuali hanno un’etichetta.

Insomma, se un uomo vuole andare a segno su Facebook, deve usare un po’ di buonsenso, e magari aiutarsi con questo vademecum:

1. Compila il tuo profilo con intelligenza, bandita la banalità. La musica che ascolti deve essere a la page, vai di blues, rock, jazz… gruppi di qualità, insomma. Se poi ti piace Cristina D’Avena meglio ometterlo temporaneamente.
2. La fotografia : meglio un primo piano, l’occhio singolo da merluzzo o la versione “tipo da spiaggia” è ridicola. Se hai la tartaruga sei trendy ma difficilmente una donna dirà “oh che uomo interes­sante”, al limite penserà che tu voglia mettere in mostra la merce come al supermercato.
3. Situazione sentimentale: scontato che sei single, meglio evitate però di sottolineare che sei alla ricerca di una relazione, toglie fascino. Non devi venderti, devi trovare una donna che ti intrighi, non sei un’auto da piazzare.
4. Libri, fai un po’ tu, se leggi solo fumetti, magari scrivi “Manga degli anni ’70/‘80”, sempre fumetti sono ma fa più scena.
5. Cerca di essere il più pos­sibile sincero, tanto se poi la incontrerai davvero, ti scoprirebbe e la figura meschina sarebbe dietro l’angolo.

Tutto fatto? Ok, ora non ti resta che procedere con una breve indagine, tra le ragazze che ti interes­sano maggiormente, scegline una (non 10, è probabile che tra loro si conoscano se fanno parte della stessa rete di amici) e cerca di interagire (eh sì, questa è la parte più difficile), osserva come si relaziona, se ha un blog, un sito, partecipa ai suoi gruppi e soprattutto prova a chattare con lei.
Non soffocarla mi raccomando, se no ti scambia per maniaco, mandale qualche e-mail ma con moderazione.

Non dovrebbe essere così difficile trovarne una alla quale interessi almeno un po’.
Ah! Dimenticavo: evita quelle che sul profilo hanno specificato “Relazione Complicata”!

Viral Marketing: obiettivo far parlaredi sé il Web

Pubblicato da Ilaria Mariniil 27 gennaio 2010

marketing_viraleFare la differenza. Stagliarsi in un panorama saturo. Far parlare di sé. Sono queste le basi di una buona strategia di marketing, ma soprattutto le basi portanti del Viral Marketing.

Un passo alla volta. Cos’è per definizione il Viral Marketing?
Prendiamo semplicemente la definizione che fornisce Wikipedia “Il marketing virale è un tipo di marketing non convenzionale che sfrutta la capacità comunicativa di pochi soggetti interes­sati per trasmettere il mes­saggio ad un numero elevato di utenti finali. La modalità di diffusione del mes­saggio segue un profilo tipico che pre­senta un andamento esponenziale. È un’evoluzione del pas­saparola, ma se ne distingue per il fatto di avere un’intenzione volontaria da parte dei promotori della campagna.
Il termine nasce nella metà degli anni ’90 con Draper Fisher Jurvetson utilizzando una analogia bio­logica con la diffusione esponenziale di un virus e, l’espressione Viral Marketing diviene nel 1998 marketing “buzz-word of the year”.
Il principio del viral marketing si basa sull’originalità di un’idea: qualcosa che, a causa della sua natura o del suo contenuto, riesce a espandersi molto velocemente in una data popolazione. Come un virus, l’idea che può rivelarsi interes­sante per un utente, viene pas­sata da questo ad altri contatti, da questi ad altri e così via. In questo modo si espande rapidamente, tramite il principio del “pas­saparola”, la conoscenza dell’idea”.

Specificato di cosa si parla, un buon stratega in questo settore della comunicazione deve riuscire a creare un meccanismo a catena, un pas­saparola mediatico in grado di catalizzare l’attenzione, far arrivare e far tornare gli utenti sul tuo sito, creare un’attenzione che cresce gradualmente.

Aspetto basilare è il prendere parte al mondo Social non “tanto per”, ma seguirlo perseguendo un obiettivo ben pre­ciso, spiccando nella massa perché, volere o volare, oggi anche la più piccola delle realtà anche lontana anni luce dal Web ha la sua pagina di Facebook, ad esempio. Un biglietto da visita immobile e non visitato, ma c’è a fare numero, ad inflazionare il settore.

Per far lievitare il proprio brand, una buona campagna di Viral Marketing deve essere accattivante, non spiccatamente commerciale (assolutamente banditi gli spot commerciali puri, che allontanano l’utente).
Anzi: bisogna avere la brillantezza e la capacità di arrivare indirettamente al proprio prodotto e/o servizio catalizzando l’attenzione degli internauti su un altro tema apparantemente esterno, legato ovviamente all’ambito in cui si opera.
Un video, una frase sibillina, perché no uno sconto per testare un determinato prodotto, una musica sono elementi che attirano l’attenzione. E il piano marketing è praticamente già a metà strada.
Bisogna far parlare autonomamente gli utenti, incuriosirli e affascinarli in maniera tale da portarli spontaneamente a diffondere il proprio marchio: quale miglior pubblicità di quella che nasce in maniera spontanea “dal popolo”?

C’è poi un altro equilibrio importante da rispettare: il far diffondere e veicolare nel Web il proprio prodotto ai fruitori finali è sinonimo di aver centrato il progetto, ma saper comunque mantenere la propria identità e saper farsi riconoscere resta neces­sità primaria, altrimenti il progetto va automaticamente a decadere.
Ecco spiegata in tal senso l’importanza di dare riferimenti certi a chi si connette ad Internet: una Fan Page di Facebook, un Sito Internet ufficiale, un blog (o forum) aziendale.

Se il risultato finale è il cosiddetto engagement – in italiano la famosa fidelizzazione del cliente – il Marketing Manager può ritenere di aver svolto con perfezione chirurgica il proprio lavoro.

Ferrara: Pane e Internet per combattere il knowledge divide

Pubblicato da Ilaria Mariniil 21 gennaio 2010

knowledge_divideFerrara, e l’Emilia Romagna, non sottovalutano Internet, i suoi mezzi e le sue potenzialità. E, soprattutto, l’uso quotidiano che se ne fa. E che se ne farà in divenire.
In tal senso si spiega il progetto “Pane e Internet”, promosso dalla Regione Emilia-Romagna nell’ambito del Piano Telematico. Nel 2009 l’iniziativa ha portato alla realizzazione di 90 edizioni di un corso di alfabetizzazione di base all’uso del computer e di Internet rivolto ad alcune categorie di cittadini che per motivi sociali, economici o culturali non hanno ancora accesso all’uso delle tecnologie.

Domani, venerdì 29 gennaio, saranno pre­sentati a Bologna presso l’Aula Magna della Regione Emilia-Romagna i risultati del primo anno del progetto. L’incontro sarà promosso anche per pre­sentare le attività di prosecuzione del progetto, durante il 2010, nei territori provinciali non coinvolti in occasione del primo anno.

Il progetto “Pane e Internet” è promosso dalla Regione Emilia-Romagna, con la collaborazione delle Provincie, dell’Associazione Italiana per l’Informatica ed il Calcolo Automatico e dell’Ufficio Scolastico Regionale, ed è finalizzato a contrastare il knowledge divide, ovvero il divario di conoscenze e opportunità tra chi è avvezzo all’uso delle nuove tecnologie e delle reti e chi, per svariati motivi, non accede a questi strumenti.
Per questo la formazione è stata rivolta in particolar modo alle casalinghe, ai pensionati e agli immigrati.

Nel corso del 2009 sono state organizzate circa 90 edizioni del corso nelle province di Rimini, Forlì Cesena, Ferrara e Bologna. Ai corsi hanno partecipato finora circa 1.500 persone.
Nel 2010 il progetto sarà portato avanti nei restanti territori provinciali dell’Emilia-Romagna, e l’incontro è promosso anche con lo scopo di pre­sentare a cominciare a pianificare le nuove edizioni dei corsi.

Il convegno costituirà anche una importante occasione per riflettere sulle strategie che la Pubblica Amministrazione può mettere in campo da un lato per supportare i cittadini a rischio di knowledge divide, e dall’altro per promuovere anche presso questo settore della cittadinanza l’utilizzo dei servizi pubblici on line, che non può pre­scindere dalla conoscenza dei principi di base per l’uso del computer e l’accesso alla rete.
 
 
Glos­sario
 
Knowledge divide
La mancanza delle tecnologie, a partire dalle infrastrutture, che rende di fatto impos­sibile l’accesso alle reti, ma anche il knowledge divide, ossia il divario di conoscenze tra chi sa usare i personal computer, così come navigare in rete e servirsi delle altre innovazioni tecnologiche, e chi invece non ha le competenze neces­sarie per farlo.
Questo tipo di divario riguarda inoltre anche il mondo produttivo, perché esistono significative differenze in termini di opportunità, ad esempio, tra le aziende in grado di utilizzare determinati software o di affidarsi alle reti per sviluppare e far crescere i propri affari, e quelle che invece non hanno ancora acquisito le competenze tecnologiche neces­sarie per stare al passo con l’attuale società delle reti.