mar 07 febbraio 2012
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Lavoro: aziende attentissime alla e-reputation dei candidati

Pubblicato da Ilaria Mariniil 9 febbraio 2010

e-reputationLa tua immagine è inflazionata in Internet? In tanti ti conoscono? Le tue pagine Facebook e Twitter ed il tuo blog pullulano di contatti? Buon per te.
Ma attenzione a “come” sei conosciuto ed ai contenuti che divulghi per il Web. Ovvero la tua e-reputation, neologismo molto utilizzato negli ultimi anni, potrebbe portarti ad essere giudicato in maniera negativa dal tuo pros­simo datore di lavoro, che scarterà così la tua candidatura indipendentemente dalle tue capacità e profes­sionalità.

La tendenza è stata attestata da uno studio commis­sionato dalla Microsoft e pre­sentato nei giorni scorsi in occasione del Data Privacy Day: il 70% delle aziende statunitensi interpellate in merito hanno confermato che il 70% dei selezionatori di personale ha rifiutato a priori candidature di soggetti su cui aveva effettuato una veloce ricerca in Internet, e che secondo i responsabili godevano di “cattiva” fama in Rete.
In Gran Bretagna tale percentuale si attesta sul 41%, una fetta comunque considerevole, 16% in Germania e 14% in Francia.

Il panel su cui è stato elaborato lo studio è formato da 1.200 manager e selezionatori, intervistati sulle abitudini nelle valutazioni dei candidati, e 1.200 internauti residenti negli Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania.

Quello che più viene temuto dalle aziende sono eventuali grattacapi dovuti ai “comportamenti del candidato” e “commenti e testi inappropriati”, oltre a commenti negativi sui pre­cedenti posti e colleghi di lavoro.

L’altra faccia della medaglia. In terra statunitense è praticamente ignorato il pericolo legato alla e-reputation: solamente il 7% dei soggetti coinvolti nella ricerca ravvede il proprio comportamenti in Rete.
Più pre­occupati in merito i tedeschi: sale al 13% la percentuale dei titubanti.

Self Marketing: creare il brand vincente di noi stessi

Pubblicato da Ilaria Mariniil 5 febbraio 2010

self_marketingNavigando in Rete, si pos­sono riscontrare diversi stati d’animo nei confronti dell’argomento: dal più completo scetticismo, ad un generico “palloso” fino al convincimento più totale nei confronti dei dogmi.
Il riferimento sono le famose “4 P del self marketing” di . Sottotitolabile con un “come vendere meglio sé stessi”.

Sono in continua ascesa e mutamento le teorie relative al self marketing: gli slogan facilmente riscontrabili nello smisurato mondo del Web, che come capofila potrebbero essere riconducibili al motto “chi non comunica non esiste!”.

Bisognerebbe dunque secondo le regole del Web 2.0 far sapere che si esiste, che si pos­siede una determinata profes­sionalità, un certo tipo di attitudini. Che poggiano sulla conoscenza millimetrica di noi stessi.
Partendo dalle domande alla base della vita Social, così come fu per l’uomo alle origini, ci sono alcuni interrogativi da porsi prima di “vendersi” sia nel mondo reale che in quello virtuale.
A chi mi sto rivolgendo? Qual è il mio target? Quale la caratteristica in mio pos­sesso che più colpisce e mi rende “unico” ed appetibile?

Ma vediamole, queste 4P, ovvero prodotto, prezzo, posto e promozione. Ed applichiamole all’articolo da “vendere” al meglio: noi.

–Prodotto: se ci si dovesse para­gonare ad un prodotto cosa saremmo? Quali le capacità,le conoscenze ed esperienze che pos­siamo giocare come carta vincente? Quali i nostri?
Fondamentale, come in tutti i campi, è la prima impres­sione che si desta: dal modo di porsi all’abbigliamento, ad altri dettagli che pos­sono fare la differenza come il tono di voce, i gesti
–Prezzo: il nostro valore è determinato da una serie di fattori: titolo di studio, curriculum, competenze.
La cosa fondamentale, oltre a “valere”, è saperlo trasmettere a chi si ha di fronte
–Posto: non sempre è vero che allargando a dismisura i siti cui far pervenire il proprio curriculum sia proporzionale alle probabilità di successo finale. Che in parte è vero, ma basilare è saper ritagliare con pre­cisione stile sarto il proprio range di azione, il substrato ottimale che non svilisca o svenda troppo il soggetto in questione
–Promozione: il far nascere curiosità ed attenzione verso di noi un’altra chiave per l’eventuale successo finale.
Bisogna creare un brand di noi stessi, come un’azienda che promuove la propria ultima creazione

Infine, a conferma che il mondo del Web è in continua evoluzione, alcuni hanno allargato… a 6 le P per il successo di sé stessi, che sarebbero per l’esattezza product, price, promotion, place, people, public.
In pratica, le ultime due P vanno in scia ai contenuti del Web 2.0: sfruttare i Social Network ed in generale le community on line facendo leva sulla loro popolarità e sul fatto che le aziende li tengono monitorati eccome, diffondere la propria immagine in Internet.
Insomma, essere il miglior marketing manager di noi stessi.

Aziende in gonnella: a Ferrara un’impresa su cinque è donna

Pubblicato da Ilaria Mariniil 2 febbraio 2010

donne_aziendeFerrara, imprenditoria in rosa pre­ziosa risorsa. E’ questa la conclusione di un recente studio, condotto dalla Camera di Commercio di Ferrara sulle aziende del territorio e sulla pre­senza di realtà “in gonnella”.

Il dato regionale. Le imprese femminili ferraresi costituiscono, evidenzia la Camera di Commercio l’8,4% del totale regionale, mentre il peso sul totale nazionale e’ dello 0,6%.
Ancora sbilanciata la distribuzione per forma giuridica: il 73,5% e’ costituito in forma di impresa individuale, concentrato in alcuni settori di attivita’ economica: ben 2.103, corrispondenti al 21,3% del totale, operano nel settore del commercio, altre 1.707, pari al 22,63% del totale, nel settore agricolo.

L’analisi a livello locale. A Ferrara oltre un’impresa su cinque è femminile. Infatti, le 7.566 imprese “in rosa” nella provincia incidono, sul totale delle imprese attive (34.899), per il 21,7% (nel 2008 era al 21,3%).
Un po’ meno dei tre quarti di esse sono imprese individuali.
In netta crescita risultano le donne che scelgono come forma giuridica la società di capitale (+21,7%), mentre la forma giuridica società di persone pre­senta un leggero calo (-1,3%).
In Emilia-Romagna sono più “femminili” di Ferrara solo Piacenza e Rimini, ma nel complesso le province della regione registrano valori che non si discostano molto tra loro. 
Anche se per le figure dirigenziali, il gap tra uomini e donne si riduce al 3,3%, e per quelle impiegatizie d’ufficio al 3,9%. Indagando ancora più a fondo sulla struttura dell’occupazione, la ricerca evidenzia come anche a Ferrara le differenze tra uomini e donne dipendono pre­valentemente dalla diversa distribuzione strutturale per profes­sione svolta, settore di lavoro, dimensione delle imprese, età, titolo di studio ecc..
Se l’occupazione femminile si distribuisse allo stesso identico modo di quella maschile il differenziale retributivo si ridurrebbe, infatti, dal 16 a 3,5%.
In altri termini, le differenze tra gli uomini ed il “gentil sesso” sono in larga parte dovute al fatto che le donne svolgono ancora pre­valentemente profes­sioni, in assoluto, mediamente meno retribuite. Segno che per loro è ancora difficile accedere a profes­sioni per cui la retribuzione è più elevata (e dove la concentrazione di dipendenti uomini è preponderante).

A tal proposito, uno studio dell’Osservatorio dell’economia della Camera di Commercio sull’andamento delle retribuzioni offerte dalle imprese nel 2008, e’ emerso che le retribuzioni medie per gli uomini sono state pari a oltre 28 mila euro contro i 24.100 per le donne, con uno scarto a favore degli uomini del 16% (era 16,5% nel 2003).

Lavoro: si cerca in Internet, si trova alla vecchia maniera

Pubblicato da Ilaria Mariniil 26 ottobre 2009

lavoro_internetInternet per cercare lavoro: una moneta a due facce.
Perché se da un lato il Web quale mezzo di ricerca di un’occupazione ha schiantato le forme cartacee che per decenni hanno visto milioni di persone cerchiare di rosso l’annuncio d’interesse, dall’altro le vie tradizionali (le conoscenze) per cercare uno stipendio fisso restano i canali che garantiscono il risultato migliore; hanno perso d’interesse anche le ricerche effettuate attraverso i canali delle agenzie del lavoro.

E’ questo il concetto base che emerge da uno studio effettuato dall’università telematica Unisu Niccolò Cusano sui neolaureati italiani.

Non solo. Spesso nel nostro Paese ci si trova davanti a giovani e rampanti laureati che però non sanno indirizzare il proprio curriculum ai destinatari utili.
La ricerca porta alla luce un senso di disorientamento una volta lasciate le confortevoli mura universitarie, considerando anche poco attinenti alla concretezza delle richieste del mondo del lavoro il proprio iter di studi.

E, siccome nemmeno la ricerca del posti di lavoro sfugge alla logica del Web 2.0, si cerca un’occupazione anche sui social network più diffusi per moltiplicare le pos­sibilità di arrivare al destinatario giusto.