dom 01 agosto 2010
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Viral Marketing: obiettivo far parlaredi sé il Web

Pubblicato da Antonella Neriil 27 gennaio 2010

marketing_viraleFare la differenza. Stagliarsi in un panorama saturo. Far parlare di sé. Sono queste le basi di una buona strategia di marketing, ma soprattutto le basi portanti del Viral Marketing.

Un passo alla volta. Cos’è per definizione il Viral Marketing?
Prendiamo semplicemente la definizione che fornisce Wikipedia “Il marketing virale è un tipo di marketing non convenzionale che sfrutta la capacità comunicativa di pochi soggetti interes­sati per trasmettere il mes­saggio ad un numero elevato di utenti finali. La modalità di diffusione del mes­saggio segue un profilo tipico che pre­senta un andamento esponenziale. È un’evoluzione del pas­saparola, ma se ne distingue per il fatto di avere un’intenzione volontaria da parte dei promotori della campagna.
Il termine nasce nella metà degli anni ’90 con Draper Fisher Jurvetson utilizzando una analogia bio­logica con la diffusione esponenziale di un virus e, l’espressione Viral Marketing diviene nel 1998 marketing “buzz-word of the year”.
Il principio del viral marketing si basa sull’originalità di un’idea: qualcosa che, a causa della sua natura o del suo contenuto, riesce a espandersi molto velocemente in una data popolazione. Come un virus, l’idea che può rivelarsi interes­sante per un utente, viene pas­sata da questo ad altri contatti, da questi ad altri e così via. In questo modo si espande rapidamente, tramite il principio del “pas­saparola”, la conoscenza dell’idea”.

Specificato di cosa si parla, un buon stratega in questo settore della comunicazione deve riuscire a creare un meccanismo a catena, un pas­saparola mediatico in grado di catalizzare l’attenzione, far arrivare e far tornare gli utenti sul tuo sito, creare un’attenzione che cresce gradualmente.

Aspetto basilare è il prendere parte al mondo Social non “tanto per”, ma seguirlo perseguendo un obiettivo ben pre­ciso, spiccando nella massa perché, volere o volare, oggi anche la più piccola delle realtà anche lontana anni luce dal Web ha la sua pagina di Facebook, ad esempio. Un biglietto da visita immobile e non visitato, ma c’è a fare numero, ad inflazionare il settore.

Per far lievitare il proprio brand, una buona campagna di Viral Marketing deve essere accattivante, non spiccatamente commerciale (assolutamente banditi gli spot commerciali puri, che allontanano l’utente).
Anzi: bisogna avere la brillantezza e la capacità di arrivare indirettamente al proprio prodotto e/o servizio catalizzando l’attenzione degli internauti su un altro tema apparantemente esterno, legato ovviamente all’ambito in cui si opera.
Un video, una frase sibillina, perché no uno sconto per testare un determinato prodotto, una musica sono elementi che attirano l’attenzione. E il piano marketing è praticamente già a metà strada.
Bisogna far parlare autonomamente gli utenti, incuriosirli e affascinarli in maniera tale da portarli spontaneamente a diffondere il proprio marchio: quale miglior pubblicità di quella che nasce in maniera spontanea “dal popolo”?

C’è poi un altro equilibrio importante da rispettare: il far diffondere e veicolare nel Web il proprio prodotto ai fruitori finali è sinonimo di aver centrato il progetto, ma saper comunque mantenere la propria identità e saper farsi riconoscere resta neces­sità primaria, altrimenti il progetto va automaticamente a decadere.
Ecco spiegata in tal senso l’importanza di dare riferimenti certi a chi si connette ad Internet: una Fan Page di Facebook, un Sito Internet ufficiale, un blog (o forum) aziendale.

Se il risultato finale è il cosiddetto engagement – in italiano la famosa fidelizzazione del cliente – il Marketing Manager può ritenere di aver svolto con perfezione chirurgica il proprio lavoro.

Ferrara: Pane e Internet per combattere il knowledge divide

Pubblicato da Antonella Neriil 21 gennaio 2010

knowledge_divideFerrara, e l’Emilia Romagna, non sottovalutano Internet, i suoi mezzi e le sue potenzialità. E, soprattutto, l’uso quotidiano che se ne fa. E che se ne farà in divenire.
In tal senso si spiega il progetto “Pane e Internet”, promosso dalla Regione Emilia-Romagna nell’ambito del Piano Telematico. Nel 2009 l’iniziativa ha portato alla realizzazione di 90 edizioni di un corso di alfabetizzazione di base all’uso del computer e di Internet rivolto ad alcune categorie di cittadini che per motivi sociali, economici o culturali non hanno ancora accesso all’uso delle tecnologie.

Domani, venerdì 29 gennaio, saranno pre­sentati a Bologna presso l’Aula Magna della Regione Emilia-Romagna i risultati del primo anno del progetto. L’incontro sarà promosso anche per pre­sentare le attività di prosecuzione del progetto, durante il 2010, nei territori provinciali non coinvolti in occasione del primo anno.

Il progetto “Pane e Internet” è promosso dalla Regione Emilia-Romagna, con la collaborazione delle Provincie, dell’Associazione Italiana per l’Informatica ed il Calcolo Automatico e dell’Ufficio Scolastico Regionale, ed è finalizzato a contrastare il knowledge divide, ovvero il divario di conoscenze e opportunità tra chi è avvezzo all’uso delle nuove tecnologie e delle reti e chi, per svariati motivi, non accede a questi strumenti.
Per questo la formazione è stata rivolta in particolar modo alle casalinghe, ai pensionati e agli immigrati.

Nel corso del 2009 sono state organizzate circa 90 edizioni del corso nelle province di Rimini, Forlì Cesena, Ferrara e Bologna. Ai corsi hanno partecipato finora circa 1.500 persone.
Nel 2010 il progetto sarà portato avanti nei restanti territori provinciali dell’Emilia-Romagna, e l’incontro è promosso anche con lo scopo di pre­sentare a cominciare a pianificare le nuove edizioni dei corsi.

Il convegno costituirà anche una importante occasione per riflettere sulle strategie che la Pubblica Amministrazione può mettere in campo da un lato per supportare i cittadini a rischio di knowledge divide, e dall’altro per promuovere anche presso questo settore della cittadinanza l’utilizzo dei servizi pubblici on line, che non può pre­scindere dalla conoscenza dei principi di base per l’uso del computer e l’accesso alla rete.
 
 
Glos­sario
 
Knowledge divide
La mancanza delle tecnologie, a partire dalle infrastrutture, che rende di fatto impos­sibile l’accesso alle reti, ma anche il knowledge divide, ossia il divario di conoscenze tra chi sa usare i personal computer, così come navigare in rete e servirsi delle altre innovazioni tecnologiche, e chi invece non ha le competenze neces­sarie per farlo.
Questo tipo di divario riguarda inoltre anche il mondo produttivo, perché esistono significative differenze in termini di opportunità, ad esempio, tra le aziende in grado di utilizzare determinati software o di affidarsi alle reti per sviluppare e far crescere i propri affari, e quelle che invece non hanno ancora acquisito le competenze tecnologiche neces­sarie per stare al passo con l’attuale società delle reti.

Selfmarketing: promuovere sé stessi colpire le aziende

Pubblicato da Antonella Neriil 15 gennaio 2010

selfmarketingUn buon Marketing Manager è quello che, attraverso un’opportuna e mirata strategia, riesce a far conoscere un determinato prodotto, i servizi offerti da una determinata azienda.
E una persona in cerca di lavoro, che vuole veicolare al meglio in Rete la propria profes­sionalità, la propria esperienza, a quali direttive deve attenersi?
In tal senso, è cresciuto nell’ultimo periodo dove la ricerca di lavoro è un’esigenza diffusa l’attitudine al Sel­fmarketing. Che letteralmente significa marketing di sé stessi.
Facendo leva sulle sulle 4P del marketing snocciolate dal guru del marketing Philip Kotler: Prodotto, Prezzo, Posto, Promozione.

Ovvero: promuovere se stessi. Naturalmente, alla base deve esserci “sostanza”, un’esperienza, un buon curriculum insomma.
Non è un’operazione casuale, e nemmeno così semplice come si possa pensare: si devono rispettare alcune norme se si vuole che la promozione self made raggiunga il proprio scopo: colpire chi ne viene a conoscenza e spingere i selezionatore del personale a fis­sare un colloquio conoscitivo.

In ambito Internet: quale miglior pubblicità del saper utilizzare a menadito il Web può essere utile per chi cerca lavoro proprio in ambito informatico?

Il fondamento: ci si muove nel campo del mercato delle risorse umane.
Pertanto, la perfetta conoscenza delle proprie attitudini, e soprattutto il saperle trasmettere a chi non ci ha mai né visto né sentito, è basilare.
Individuare i punti di forza della propria esperienza pone un altro caposaldo nella strategia del Sel­fmarketing: tale specificità accentuate permetteranno di stagliare il proprio profilo tra altri dieci, ad esempio.
Ancora: scegliere i mezzi più adatti per veicolare il proprio profilo lavorativo.
Ed anche costruire una sorta di “immagine” si se stessi, un simil brand che aiuti chi seleziona personale per aziende e/o enti a correlare senza dubbio un cognome ad una determinata profes­sionalità.
In tal senso, i Social Network hanno portato a galla persone, profili, esperienze, competenze: ecco perché sfruttare gli strumenti comunicativi del Web 2.0 è importante (ma attenzione a non esagerare svendendola).
Nell’ultimo anno infatti le selezione di personale, oltre che attraverso i canali tradizionali - agenzie interinali, annunci su carta — e su Portali Web dedicati per il recruiting on line, si è allargata anche al campo dei Social Media, che riescono a riportare abbastanza fedelmente un percorso pre­ciso e completo del soggetto d’interesse, cosa che un semplice foglio di carta non riesce a rendere.
Da un blog ad esempio traspare l’impronta di una persona, la sua capacità comunicativa, il suo approccio nel tempo a temi ed argomenti tra i più disparati. Una sorta di curriculum virtuale.

Web 2.0: Facebook, quando il viral message è molto… intimo

Pubblicato da Antonella Neriil 14 gennaio 2010

facebook_status2Per avere successo c’è un’unica, basilare ed imprescindibile regola: far parlare di sé. Attirare l’attenzione. Anche per cose o argomenti che, alla fin fine, sono come sabbia tra le mani. Ma catalizzare le attenzioni altrui su se stessi, sul proprio prodotto, o sul proprio Sito Web serve a mantenersi “vivi”.

Queste sono le sette vite di Facebook, che continua a stupire – come nel caso dello sposo che cambiò il suo status direttamente davanti all’altare – con eventi che non hanno nes­suna rilevanza, ma creano una moda, un filone.
Ora su FacciaLibro impazza la moda… del colore di reggiseno.

Da qualche settimana molti dei frequentatori del Social Network più cool del globo si stanno domandando cosa significhino enigmatici post come “nero”, “bianco”, “rosa”. E un indizio: le parole arrivano esclusivamente da utenti del gentil sesso. Con una provocazione: “Sarà divertente vedere quanto tempo ci metteranno gli uomini prima di domandarsi perché le donne hanno un colore nel loro status”.
Poco ci è voluto a scoprire che i colori altro non erano che.. la tinta del reggiseno delle utenti in quel pre­ciso momento.

Il trend altro non è che l’ennesimo caso di viral mes­sage, quelle geniali invenzioni che fanno scervellare l’intera popolazione Internet o che ne attirano l’attenzione, aumentando il traffico e i contatti.
Stesso principio del diffuso video virale o del più strutturato marketing virale.

Siete marketing manager in erba e avete la tentazione di provare a generare un mes­saggio virale?
Utile può tornare questo breve vademecum in 7 punti pubblicato dall’agenzia GoViral per creare qualcosa che lasci il segno attirando attenzione:
1. la storia deve essere divertente, provocatoria, irriverente, sovversiva, fuori di testa per catturare l’attenzione;
2. il contenuto deve essere fresco, qualcosa che l’utente non ha mai visto prima o comunque migliore di quello che ha già visto;
3. l’associazione con la marca deve essere sottile, deve intrattenere con leggerezza senza riferimenti troppo diretti alla marca;
4. l’esecuzione neces­sita di un format che si possa condividere online con la propria rete sociale;
5. gli esseri umani hanno una tendenza innata a raccontare storie, quindi condivideranno e creeranno conversazioni quando il materiale offre i giusti spunti;
6. i riferimenti devono essere ad avvenimenti attuali, dato che la vita media di una notizia è breve, questi devono essere utilizzati con la mas­sima tempestività per evitare di essere respinti;
7. il pay-off deve avvenire rapidamente, il tempo è denaro e i consumatori non vogliono far sprecare tempo alle altre persone.

Successo in Internet a costo zero? Basta un’idea vincente

Pubblicato da Antonella Neriil 4 gennaio 2010

internet_ideaIndicizzazione sui motori di ricerca, scambio link, parole chiave, tag, algoritmo, SEO
L’era del Web 2.0 vede gli operatori che lavorano in e per la Rete alla continua ricerca e sperimentazione di nuove tecniche per aumentare la propria visibilità on line. E di conseguenza gli accessi al proprio sito web , i clic sul proprio prodotto la crescita del business e della popolarità.
E in un mondo, quello virtuale, che pullula di concorrenza, la cosa è una fetta importante delle fondamenta su cui costruire e mantenere il proprio successo.

Ma ci sono casi che dimostrano che alla base di un caso di successo c’è… un’idea di successo.
Ci sono storie che raccontano che non è tanto lo studio tecnologico ma il far parlare di sé, il rispondere ad un’esigenza che la Rete fino a poco prima non soddisfava.
Sono diversi i casi emblematici di persone che hanno cavalcato l’onda del Web in maniera trionfale, riuscendo a “viverci”. E con un budget pres­soché nullo: l’idea giusta, un computer ed una webcam.

Prendiamo un ragazzo di 23 anni e la sua pas­sione per la bicicletta. Mescoliamo il tutto con un canale di veicolazione delle informazioni (gratuito) come YouTube ed ecco nascere una nuova profes­sione: è il caso di Danny MacAskill, 23 anni, scozzese, e della sua inclinazione per il ciclismo urbano.
Il suo sito internet è ora uno dei più visitati: www.dannymacaskill.co.uk

Altro caso di lavoro “mediatico” di portata internazionale? Un nome: Lauren Luke, 27enne inglese di Newcastle. La vendita di cosmetici su eBay non le aveva permesso di fare il salto di qualità, per cui pensò che il trucco doveva “venderlo” attraverso le immagini, via video. Perciò, ecco ancora balzare alle cronache YouTube.
Dotazione di base: una webcam, i trucchi e l’apertura di un canale dedicato. E utilizzando se stessa come modella per insegnare alle utenti i segreti per un perfetto maquillage iniziò a riscuotere un grande successo. Il canale Panacea81 diventa un caso mediatico, venendo ripreso da colossi dell’informazione mondiale quali il New York Times e Bbc.
L’intraprendente Lauren stringe poi un accordo con Sephora, che studia per lei la linea di prodotti dal marchio By Lauren Luke. E non finisce qui: arrivano una rubrica settimanale di bellezza sulle pagine del The Guardian e un “avatar” per la consolle Nintendo DS.

Cambiando genere, famoso è il caso della vendita di spazi pubblicitari di 1 pixel per 1 dollaro sul sito The Million Dollar Homepage, che vendeva la pagina principale nientemeno che a un milione di dollari…

Cosa c’è di tecnologico in tutti questi esempi di successo? Nulla. Quale staff manageriale ha concepito tali esempi di business a costo zero? Nes­suno.
Alla base del successo c’è solamente un’idea vincente. Che non ha prezzo.

Crei la tua carriera lavorando dovunque? Sei un Cloudworker!

Pubblicato da Aldo Minioil 24 settembre 2009

Cloudworker nuove professioni webUn tempo qualcuno li chiamava “battitori liberi”, con un termine preso in pre­stito dal calcio. Erano lavoratori indipendenti, liberi profes­sionisti o consulenti che amavano girare l’Italia e il mondo offrendo i propri servizi “on demand” a diversi committenti. Il concetto non è esattamente lo stesso, ma un blogger e ricercatore alla Cornell University, Venkatesh Rao, ha recentemente coniato una nuova definizione, destinata a fare strada, ne sono certo: Cloudworker, lavoratore nuvola.

Someone who uses on-demand technology and collaboration tools, such as unified communications, to work anywhere and anytime, and uses the resulting free­dom to enable a my-size-fits-me career path and lifestyle.

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