ven 12 marzo 2010
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Wikipedia: il sito Web 2.0 per eccellenza in crisi?

Pubblicato da Antonella Neriil 4 dicembre 2009

opensource_wikipediaProbabilmente è stato il primo, grande esempio di Web condiviso. Parliamo naturalmente di Wikipedia, l’enciclopedia libera, capostipite dell’open source e soprattutto dell’interazione fra utenti, caratteristica alla base della storica entrata in scena del Web 2.0.

Stando infatti alle rilevazioni dell’Universidad Rey Juan Carlos di Madrid, nei primi tre mesi del 2009 qualcosa come 49mila redattori (volontari) che da ogni parte del pianeta contribuiscono inces­santemente al perfezionamento ed all’incremento delle voci disponibili della free encyclopedia inglese, quella con il maggior numero di voci, hanno terminato la loro collaborazione.
Molti, ancor di più se para­gonati ai 5mila abbandoni verificatisi nel 2008.

Motivi? Ce n’è ovviamente più di uno, ma tutti concorrono al segno negativo.
Logicamente, il fatto che in dal momento della nascita (15 gennaio 2001) ad oggi la maggior parte delle voci sia stata creata e succes­sivamente revisionata ed implementata stoppa quelle che pos­sono essere le “entrate” di nuovi contenuti; ma anche il fatto che la direzione di Wikipedia stia cercando di arruolare redattori più esperti e profes­sionali, ed in tal senso va la volontà di creare future partnership con i musei.

Il futuro di Wiki? C’è chi mette sul piatto della bilancia una normale “crisi” nella crescita.
Ma c’è chi come il curatore della ricerca, il profes­sor Felipe Ortega, vede protrarsi da troppo tempo la fase calante, che se protratta ancora nel tempo può mettere in serio pericolo le fondamenta del progetto stesso.

Ma se i redattori registrano un trend negativo, gli utenti no: nel periodo che va da settembre 2008 a settembre 2009, il sito ha registrato un +20% in merito.
 


 
I numeri di Wikipedia (da www.wikipedia.org)
L’obiettivo di Wikipedia è di creare un’enciclopedia libera ed “universale”, in termini sia di ampiezza che di profondità degli argomenti trattati.
Wikipedia è stata descritta da uno dei suoi fondatori (Jimmy Wales) come uno sforzo per creare e distribuire un’enciclopedia libera della più alta qualità pos­sibile ad ogni singola persona sul pianeta nella sua propria lingua. Wikipedia deriva il suo nome dalla composizione della parola wiki, termine hawa­iano che significa “veloce” e con cui viene chiamato un tipo di software collaborativo, e da pedia, suffisso di enciclopedia che in greco significa “insegnamento”. Wikipedia, nelle intenzioni di Wales, dovrebbe raggiungere una qualità pari o migliore dell’Enciclopedia Britannica ed essere pubblicata anche su carta.
È nata il 15 gennaio 2001 come progetto complementare di Nupedia (un progetto con scopo analogo ma la cui redazione era affidata ad esperti).
È curata da volontari seguendo un modello di sviluppo di tipo wiki, nel senso che le pagine pos­sono essere modificate da chiunque e non c’è un comitato di redazione né alcun controllo pre­ventivo sul materiale inviato.
Uno dei principi alla base di Wikipedia è il punto di vista neutrale, secondo il quale le opinioni pre­sentate da personaggi importanti o da opere letterarie vengono rias­sunte senza tentare di determinarne una verità oggettiva.
A causa della sua natura aperta, vandalismi ed imprecisioni sono problemi riscontrabili in Wikipedia.

Sveltopedia, la nuova web-enciclopedia dissacrante

Pubblicato da Antonella Neriil 15 ottobre 2009

enciclopedia_sveltopediaQuante volte abbiamo pensato che le enciclopedie sono dei “mattoni”, utili sì ma noiose? E, stando ai numeri in crescendo, quanti apprezzano la semplicità di Twitter?
Bene. Unite l’utilità di Wikipedia — l’enciclopedia libera on line per eccellenza – e i 140 caratteri mas­simi messi a disposizione dal famoso “uccello blu” ed ecco… un sito web dis­sacrante ed intelligente, Sveltopedia.
Geniale? Sì, ma non è tutto.

Fin dall’antichità, e la pellicola “Il Nome della Rosa” è esempio per eccellenza del concetto, l’arte di far ridere era temuta perché porta alla rifles­sione, al pensiero. Sveltopedia tende a cavalcare questa scuola: le definizione pubblicate devono sposare la richiesta di essere ironiche per portare alla rifles­sione oltre che corrette.

Già la definizione che si legge nelle pagine di pre­sentazione del progetto danno di che pensare: “Sveltopedia è una Wikipedia in formato Twitter. Per i non addetti ai lavori (che non sono tali, in quanto nes­suno paga e non sono salariati), significa che è un’enciclopedia composta da voci stese collettivamente, le quali non superano i 140 caratteri – cioè lo spazio mas­simo dello status su Twitter”.
Ancora: “La scientificità di sveltopedia è para­gonabile a quella della “Britannica”, se solo la “Britannica” l’avessero stesa i Pink Floyd in determinati momenti. La potenziale espansione di questo dizionario collettivo è pari al vasto campo dei saperi umani, che disumanamente sveltopedia si propone di arare senza spendere nemmeno una goccia di sudore. E’ infatti semplicis­simo partecipare a questa monumentale opera della conoscenza: basta comporre una voce lunga come un sms. E’ così pos­sibile smentire con stile chiunque si permetta di dirvi che i mes­saggini sono inutili (comunque, davvero, smettela di mandarli ad amanti usando la “k” al posto di “ch”)”.
Qualche esempio? Digitiamo l’indirizzo www.sveltopedia.com (con il logo che richiama il marchio del famoso detersivo per i piatti) ed ecco che in home page c’è la definizione di “Silvio Berlusconi”. Anzi, diverse:
1. Celebre organizzatore di party segreti noti in tutto il pianeta. Da anni la sua prostata cerca di liberarsene
2. Qualcuno lodava, qualcuna la dava, qualcuno l’odiava. Ma era così, di Costituzione
3. Tecnicamente immortale
4. Papi
5. Utilizzatore finale

Un esempio non politico? La moda ad esempio? I famosi stilisti Dolce & Gabbana vengono così rias­sunti:
1. I Rick&Gian del Made in Italy
2. Vestieristi di Simona Ventura
3. Portatori insani di Swarovsky

I padri del progetto aperto a tutti, Lorenzo Viscanti e lo scrittore Giuseppe Genna, credono in Sveltopedia al di là del suo imprescindibile aspetto ludico: vogliono infatti farne una base per gli scrittori dell’era 2.0